Un barbone implora monete a un incrocio affollato di Manhattan, rovista nell’immondizia, e riflette sulla sua ormai “non esistenza”. I passanti lo ignorano, lì come all’interno della stazione Grand Central, finché due afroamericani gli si accostano perché l’hanno riconosciuto: quel beggar è Richard Gere. ““Hey Richard, come te la cavi?” mi hanno chiesto. E attenzione, non mi hanno domandato: “Hey Richard, che ci fai qui?” come invece era da aspettarsi visto che le nostre cineprese erano nascoste e nessuno si accorgeva che erano in corso le riprese di un film”. Il film si intitola Time out of Mind ed è nel programma odierno del nono Festival Internazionale del Film di Roma. Una pellicola a cui il divo tiene molto, avendola non solo interpretata ma prodotta in ben 10 anni, cioè da quando ha ricevuto una bozza di sceneggiatura, poi completamente riscritta da Oren Moverman (candidato all’Oscar per lo script di The Messenger, anche esordio in regia) che ne firma anche la regia.

Semplice e feroce, il film racconta la parabola di un barbone a New York, circondato da emarginati a lui simili, esposto alle peggiori fragilità di un’America sempre meno generosa. Approdato a Roma a promuovere il film – ancora senza distributore – l’attore/produttore spiega che sebbene la primissima stesura risalga a ben 30 anni fa, “mi sono accorto leggendola che nulla è cambiato per gli homeless negli Usa. E pensate che New York è l’unica città americana ad avere una legge che protegge e assiste i senzatetto con apposite strutture”. Di fatto il suo George (nome del personaggio interpretato da Gere) ottiene un letto e buoni pasto al Bellevue Hospital, il più grande rifugio per barboni di Manhattan, e si rende conto che lì le relazioni umane assomigliano a quelle delle carceri, in cui tutto è lecito pur di sopravvivere.

Girato in 21 giorni, in assoluto low budget e indipendenza produttiva, il film è esemplare nel rappresentare la condizione attuale degli homeless in una città in cui regna il benessere. “Solo a New York ne vivono 60mila di cui 20mila bambini. Il fenomeno sta crescendo: si tratta di una piaga non solo pratico-economica ma anche spirituale, perché queste persone non hanno più identità, spesso sono privi di documenti, sono diventati invisibili alla comunità metropolitana anche se li trovi ad ogni angolo di strada. Siamo tutti incasellati dentro i nostri telefonini, nessuno si guarda più attorno. Direi che la situazione è universale e la piccola domanda che offre questo film dovrebbe forse ampliarsi a una riflessione più grande e profonda”.

La giornata di domenica ha visto protagonista anche il primo concorrente italiano della sezione Cinema d’Oggi: I Milionari di Alessandro Piva. Ennesimo racconto audiovisivo della Napoli camorrista tra gli anni ’80 e ’90 – “ma l’ho pensato e co-scritto ben prima di Gomorra – La Serie”, precisa Piva – si ispira liberamente al libro omonimo. Ascesa e declino dei signori di Secondigliano (Mondadori, Strade Blu) di Giacomo Gensini in collaborazione col pm Luigi Cannavale, in cui sono descritte le trasformazioni delle organizzazioni camorristiche di Napoli attraverso la testimonianza di Maurizio Prestieri, ex capo camorrista di Secondigliano, oggi collaboratore di giustizia sotto copertura. Francesco Scianna presta il volto al personaggio, a cui viene dato il nome finzionale di Marcello Cavani, detto AlenDelòn per il racconto di 20 anni di vita, mentre Valentina Lodovini è Rosaria, sua moglie. “Ho fatto questo film osservando il gangster drama all’americana, puntando all’approfondimento psicologico dei personaggi, orientandomi a un pubblico che vuole scavare e non si accontenta degli spari”, spiega il regista pugliese ma nativo della Campania. Che non nasconde: “Sul set abbiamo avuto diversi problemi. Il film avrebbe potuto fermarsi strada facendo, ma il materiale umano di cui disponevo mi ha messo di fronte alla missione di portarlo a casa, produrlo mio malgrado. Mi è costato moltissime energie, ma l’arrivo di Rai Cinema e Teodora (che lo distribuirà in sala) mi hanno rafforzato nella speranza. Ciò che volevo comunicare è che la vita criminale non può che implodere se la si vuol far convivere con l’anima borghese: credo questo sia sufficiente a rendere utile questo film allo spettatore”.