Lui della primavera araba, di quel che è successo dopo e che ancora accadrà, proprio non vorrebbe parlare. E non perché si disinteressi di ciò che accade nel suo Paese, l’Egitto, e in Medio Oriente e nel mondo. Al contrario: Ala al-Aswani, il più acclamato, letto e tradotto scrittore egiziano contemporaneo (il suo Palazzo Yacoubian è stato un successo mondiale), è sempre stato in prima linea nella denuncia della corruzione e del malaffare ai tempi di Mubarak, ha personalmente partecipato alla rivoluzione del Cairo e si è esposto, in seguito, a favore della deposizione del presidente Morsī  e del nuovo governo guidato dal generale Al-Sīsī.

Il fatto è che al-Aswani ha scritto un nuovo, avvincente romanzo, Cairo Automobile Club (Feltrinelli) e di quello vorrebbe parlare. Di come, per esempio, anche questa volta sia riuscito a dipingere un affresco complesso e colorato, ricco di personaggi indimenticabili, che evoca una città e un Paese che non ci sono più. Un racconto sul filo della memoria, ma non certo della nostalgia, della vita al tempo dell’occupazione britannica.

Una strana occupazione: sul trono e in Parlamento c’erano un re e un governo egiziani, ma il potere vero era in mano agli inglesi. E l’Automobile Club del Cairo era una replica fedele dello stato del Paese: fondato dagli inglesi e diretto da un inglese, potevano accedervi solo gli inglesi e uno sparuto numero di egiziani, in primis il giovane e debosciato ultimo re d’Egitto, Faruk, quindi il suo entourage e pochi altri ricchi e aristocratici. In compenso, tutti i lavoratori dell’Automobile Club erano egiziani. Ai servizi più umili erano addetti gli abitanti dell’Alto Egitto, scuri di pelle, mentre in sala servivano i camerieri più chiari di pelle: una scelta fatta, pare, per non urtare la sensibilità degli inglesi che si sarebbero sentiti a disagio a essere serviti da persone troppo diverse da loro.

“Conoscevo bene l’Automobile Club perché mio padre, avvocato, era uno dei suoi legali”, spiega al-Aswani. “Ci andavo spesso nei periodi di vacanza e i lavoratori mi raccontavano storie magnifiche sul re – assiduo frequentatore del Club, dove perdeva fortune al tavolo da gioco – di quanto fosse bravo e giusto, un padre per loro e per tutti noi. Crescendo, naturalmente, ho capito che era vero il contrario. Ho capito anche che nel Paese, come all’Automobile Club, c’erano due società: quella degli europei e degli aristocratici e quella dei servi. E i servi, siano i camerieri del Club o il popolo egiziano, vivono il padrone o il dittatore come un padre che li protegge. Soffrono per i soprusi che subiscono, ma non osano ribellarsi perché hanno paura di perdere una protezione che in realtà non esiste”.

Le angherie commesse contro i lavoratori del Club e descritte nel romanzo erano davvero terribili: ai salari da fame si accompagnavano umiliazioni pubbliche, punizioni corporali, furti delle mance (unica reale fonte di sostentamento) da parte dei superiori. Oltre che il disprezzo manifesto dei clienti del Club. Fra gli europei residenti in Egitto, infatti, il razzismo era fortemente radicato: come Mr Wright, direttore dell’Automobile Club e personaggio cardine del romanzo, la quasi totalità degli inglesi teorizzava che gli egiziani fossero esseri inferiori. Ma va detto che a esercitare le peggiori nefandezze nei confronti del popolo erano le istituzioni egiziane, benissimo rappresentate nel libro da un personaggio memorabile: il Kao, cioè il capo della servitù dell’Automobile Club, “re dei servi e servo del re” come lo descrive al-Aswani.

Nel romanzo non mancano, naturalmente, i personaggi positivi, fra i quali spiccano Kamel, studente universitario che si mantiene lavorando al Club e Odette, amante ebrea di Mr Wright, che complotta con Kamel e i nazionalisti egiziani per rovesciare il re o, ancora, Mitzie, figlia ribelle di Mr Wright. Il romanzo si ferma alla vigilia del colpo di Stato del 1952 che, effettivamente, depose re Faruk e, due anni dopo, “incoronò” primo presidente egiziano il colonnello Gamal Abd el-Nasser, l’uomo che diede al Paese indipendenza e orgoglio nazionale ma lo trascinò nella catastrofe militare e politica della guerra del 1967 contro Israele.

Quanto, di ciò che si legge in Cairo Automobile Club, arriva fino ad oggi nella storia dell’Egitto? Che ne è stato di Kamel e dei suoi sodali nei decenni successivi? “Kamel non è un politico – risponde al-Aswani – partecipa alla liberazione del suo Paese come molti giovani hanno partecipato, oggi, alla rivoluzione araba. Persone normali, che nella vita seguiranno, se potranno, le proprie inclinazioni, non necessariamente una carriera politica”.

Benché la primavera araba e nello specifico la rivoluzione egiziana, non abbia sortito gli effetti che il mondo si aspettava e cioè un processo effettivamente democratico nel Paese, Ala al-Aswani è ottimista: “La rivoluzione non è un cambiamento politico ma umano. Quel che conta è che oggi le persone non hanno più paura. In Egitto non c’è ancora la democrazia, è vero, ma da quale rivoluzione è scaturita subito la democrazia? Non certo dalla rivoluzione francese, per esempio”. E sulla presa del potere dei militari dopo la deposizione di Morsī e del governo dei Fratelli musulmani non ha dubbi: “I Fratelli musulmani, democraticamente eletti, hanno cancellato la Costituzione, Morsī si è comportato come un sultano turco. Non c’è democrazia senza diritto all’impeachement: la gente è stata molto decisa a chiederlo raccogliendo firme e manifestando nelle piazze, e l’esercito ci ha protetto impedendo che diventassimo un’altra Libia, un’altra Siria”.