Il cadavere è sdraiato sul letto. Il coltello, stretto tra le mani, è ancora conficcato in gola. A terra, il corpo del figlio Billy, 16 anni, sventrato con oltre dieci fendenti. Il sangue tutt’intorno. E’ questo il fermo immagine finale del massacro avvenuto all’alba di domenica mattina nell’appartamento al quarto piano di una palazzina popolare di largo Camillo Caccia Dominioni, zona Ripamonti, confine meridionale di Milano. A realizzarlo è stato Rowell Alvarez, che si è poi tolto la vita. Ma la carneficina che il 43enne filippino – pregiudicato per omicidio – aveva pianificato si è compiuta solo per metà, perché la figlia Jeane di 20 anni e la moglie Jesusa Coronel di 49, anche se ferite gravemente, sono riuscite a sfuggirgli e a rimanere vive. Proprio contro la madre dei suoi figli, Alvarez ha messo in scena il primo atto del suo delirio, a cui la polizia non può ancora dare una spiegazione.

Sono da poco passate le 5 e 45. Jesusa dorme. Non si accorge che il marito non è più accanto a lei. Si è alzato e adesso stringe un coltello da cucina. Su di lei iniziano a piovere i colpi. Si sveglia. Urla. Chiede aiuto. I figli entrano nella camera di mamma e papà. Tentano di fermarlo, mentre la donna riesce a scappare. Allora Alvarez punta sulla figlia. La colpisce. Ma la ragazza è troppo svelta e ce la fa a rifugiarsi a casa di una vicina. La stessa sorte non tocca a Billy, sopraffatto dal padre che lo colpisce alla gola e al torace, prima di sdraiarsi sul letto, puntare contro si sé la stessa lama e togliersi la vita. Una manciata di minuti, nei quali Jesusa è riuscita a scendere in strada e a raccontare alla polizia il suo incubo. Sono quasi le 6. La prima volante arriva pochi minuti dopo. Ormai tutto è finito. “Quassù è un macello” racconta un ispettore, sguardo fisso sul marciapiede, mentre inizia il via vai della Scientifica nell’appartamento e nel cortile della palazzina dove, appena fuori, viene ritrovato la veste della donna, completamente coperta di sangue. Vengono raccolti reperti. Viene fotografata la scena della mattanza. Vengono ascoltati i vicini. Chiara la dinamica. Oscuro il movente.

Sulle spalle di Rowell Alvarez pesa però un passato da balordo – colleziona precedenti per lesioni e resistenza – si arrangia con lavori saltuari con qualche impresa di pulizia e ditta di trasporti. Ma a balzare agli occhi degli investigatori della Squadra Mobile e delle Volanti è l’omicidio che il 43enne filippino si porta sulla coscienza. E’ il 6 gennaio 2005, quando Alvarez uccide a coltellate Sael Adil, marocchino di 24 anni incensurato, durante una rissa in viale Stelvio. Futili motivi: diranno le indagini dell’epoca dei carabinieri. L’uomo sconta 9 anni di carcere ed esce il 30 gennaio scorso. Il Tribunale lo affida ai servizi sociali.

Nessuna ombra invece sul passato della moglie Jesusa, che tirava avanti con il suo lavoro di domestica. Adesso è ricoverata in codice giallo all’ospedale Fatebenefratelli. Non sarebbe in pericolo di vita, nonostante le due brutte coltellate alla pancia e il taglio alla tempia. E’ sotto choc e l’unica spiegazione che è riuscita a dare ai poliziotti è che “nell’ultimo periodo Rowell era un po’ depresso“. Jeane, studentessa di lingue, è stata invece ricoverata e operata nella clinica Humanitas di Rozzano. Adesso si trova in codice giallo. Anche lei dovrebbe farcela.

Sono invece finiti nella camera da letto dei genitori, in una pozza di sangue, i sogni di Billy. “Voleva diventare uno chef e tornare nel suo Paese. Studiava all’alberghiero, in zona Corvetto, e aveva iniziato anche uno stage in un albergo”, racconta Iden, un amico del ragazzo. “Eravamo come fratelli. L’ho conosciuto perché sua madre mi faceva da baby-sitter. E’ tutto terribile, non ci credo. Non mi ha parlato di problemi in casa ma ultimamente l’ho visto triste. Era riservato, purtroppo. Conosco anche la sorella, anche lei mi ha fatto da baby-sitter qualche volta”. E Billy, forse per vergogna, raccontava che “il padre – ricorda l’amico – era arrivato dalle Filippine circa un anno fa. Vivevano in un appartamento piccolo ma non si lamentavano. Come ha potuto fare una cosa simile?”.

La vita della famiglia Alvarez sembra che scivolasse anonima tra i palazzoni grigi di largo Camillo Caccia Dominioni, dove sono tanti i cittadini di origine asiatica che abitano fianco a fianco con anziani italiani. E dove è sempre fresco il ricordo di quello che avvenne il 10 ottobre 2010, quando a essere ucciso fu il tassista Luca Massari, ammazzato a calci e pugni dai fratelli Pietro e Stefania Citterio perché aveva involontariamente travolto con l’auto il loro cane. Un assassinio brutale avvenuto proprio di fronte all’appartamento dove Rowell ha chiuso per sempre i conti con i suoi demoni.