Per frutta e verdura venduta sfusa sui banchi dei mercati rionali, la legge italiana stabilisce quali sono le informazioni che i commercianti devono indicare obbligatoriamente. Il cartello esposto affianco alla merce deve indicare in maniera chiara e leggibile: varietà, origine del prodotto (paese d’origine, ed eventualmente zona di produzione), categoria (I, II, Extra), eventuali additivi aggiunti per il trattamento di superficie del prodotto, eventuale calibro (D.Lgs. N.306 del 2002 che ha recepito la Direttiva europea Ce 2200/96). Varietà, provenienza e categoria sono dunque obbligatorie. Al di là di sapere quali siano (e dando per scontato che non siano dichiarate false), è comunque difficile orientarsi nell’acquisto solo con queste tre informazioni.

Per varietà si intende la varietà specifica del frutto (es. arance Tarocco). Dalla categoria, il consumatore medio – non sempre molto informato – non riesce a ricavare le informazioni che lo convincono ad effettuare l’acquisto. La categoria è definita in base a morfologia, assenza di danni, lesioni o ammaccature, odore o sapore estranei. Si distinguono in categoria extra (qualità superiore, priva di difetti), categoria I (buona qualità, tollerabili lievi difetti di forma, di colorazione, dell’epidermide, lesioni cicatrizzate) e categoria II (qualità mercantile, tollerabili i difetti di forma e colorazione, rugosità della buccia, alterazioni superficiali). Di fatto la gran parte di noi sceglie la frutta e la verdura basandosi sull’origine. Banalmente il nostro istinto ci guida nell’acquisto e intuiamo che una verza che viene dalla Sicilia è quanto meno strana, così come dei pomodori che vengono dal Trentino. Ci aspettiamo le mele dal Trentino, le verze dalla Lombardia e i pomodori dalla Sicilia.

Il mercato lo facciamo noi con le nostre scelte. Vero. Prendiamo di mira sempre le povere fragole. Se ognuno di noi le lasciasse lì a poltrire sul banco da ora fino a maggio, calerebbe la domanda, poi l’offerta e i produttori non produrrebbero più fragole candeggiate. Facile, no? Ciò che non è facile è fare la scelta giusta, quando il contesto non aiuta. Avvistato il nostro ortaggio di stagione, buttiamo l’occhio sul cartello. Ok, non c’è scritto “Vattelappesca”, ma un generico “Provenienza: Italia”, che vuol dire tutto e niente. Che cosa ci nasconde quel generico “Italia”? Non sempre può voler nascondere qualcosa, ma il sospetto è lecito.

Da Nord a Sud (e anche dall’Estero) la merce viaggia su container e in un modo o nell’altro arriva sulle nostre tavole, sia che provenga dalle terre più sane che da quelle più inquinate. Oltre agli additivi e ai pesticidi, la nostra frutta e verdura e quindi la nostra salute possono dover fare i conti con il pericolo di metalli, scorie e amianto. Come può il consumatore difendersi quando la legge non basta? E se i controlli non sono costanti? Occorrono scelte sempre più consapevoli e indirizzate.

Allora solo qualche consiglio per destreggiarvi meglio nei mercati. Osservate prima il banco dove pensate di acquistare. Il cartello contiene tutte le informazioni obbligatorie per legge? O c’è uno scarabocchio su un pezzo di cartone? I commercianti lasciano spesso la merce nella cassetta del produttore che gliel’ha venduta. Aguzzate la vista, lì c’è certamente indicata la città di provenienza. I banchi espongono sempre più merce di tutte le stagioni e le origini possibili. Se osservate bene, c’è qualche commerciante che vende frutta e verdura che ha coltivato personalmente, appena fuori città. Banchi piccoli, con poca roba e di stagione. Scambiate due chiacchiere col produttore, magari vi dirà qualcosa in più. Quante volte ho esclamato “Ma questi limoni sembrano finti!” E il commerciante ha risposto: “La gente li vuole così. Se la frutta presenta qualche ammaccatura non la vogliono”. Non sempre però l’assenza di ammaccature e il bell’ aspetto fanno la qualità. Non stiamo andando a comprarci l’argenteria, che pretendiamo sia tirata a lucido. I nostri nonni raccoglievano le patate e – pensate un po’ – erano sporche di terra.