Le dimissioni del giudice Enrico Tranfa “se dettate” da un “personale dissenso” per l’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo sul caso Ruby “non appaiono coerenti con le regole ordinamentali e deontologiche” che “impongono l’assoluto riserbo sulle dinamiche” della Camera di consiglio. Lo ha affermato il presidente della Corte d’Appello di Milano Giovanni Canzio: “Le dimissioni del presidente Enrico Tranfa costituiscono senz’altro un gesto clamoroso e inedito“. 

Per Canzio, si legge in una nota consegnata dal magistrato alla stampa, le dimissioni di Tranfa “se dettate dal motivo – non esplicitato direttamente dall’interessato ma riferito dai vari organi di stampa – di segnare il personale dissenso dal presidente del collegio rispetto alla sentenza assolutoria di appello nel procedimento a carico di Silvio Berlusconi, non appaiono coerenti con le regole ordinamentali e deontologiche, le quali – si sottolinea nella nota – impongono l’assoluto riserbo dei giudici sulle dinamiche, fisiologiche, della formazione della decisione nella camera di consiglio dell’organo collegiale”. Canzio ha aggiunto che “ciò vale a maggiore ragione quando il processo sia stato celebrato, come nel caso concreto, in un clima di esemplare correttezza“. 

Tranfa si era dimesso subito dopo aver firmato le motivazioni della sentenza. Lo ha fatto, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, in dissenso con la sentenza presa a maggioranza con il sì degli altri due giudici. Il magistrato ha lasciato anzitempo la toga dopo 39 anni di servizio, a 15 mesi dalla pensione. Tranfa, 70 anni, in magistratura dal 1975, dal 2012 fino a ieri ha presieduto la seconda sezione penale in Corte d’Appello a Milano.

Raggiunto al telefono nella mattinata di venerdì, il magistrato non ha voluto dire nulla nel merito della sua clamorosa decisione, ma ha solo spiegato che è stata “meditata” a lungo: “In tutta la mia vita non ho fatto mai nulla di impulso. Nessuno è indispensabile, tutti possono essere utili. Ho dato le dimissioni. Punto. Ognuno pensi quel che vuole”. Decisione che al Palazzo di Giustizia di Milano, già squassato per lo scontro ‘infinitò tra il Procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e l’aggiunto Robledo, ha lasciato tutti “increduli”.

Intervistato, in seguito, dal quotidiano La Repubblica, Tranfa parla di una “decisione solitaria, maturata a lungo, meditata, che solo io potevo prendere e senza chiedere consiglio a nessuno (…) Nessuno è indispensabile e non ho bisogno di sentire gli altri quando devo sentirmi in pace con me stesso“.Una decisione presa in seguito ad un “viaggio a Lourdes“, scrive ancora Repubblica.

E’ vero che Tranfa, magistrato stimatissimo, 39 anni di specchiata carriera, da qualche tempo si lamentava con alcuni colleghi per la sentenza che ha mal digerito. Ma nessuno avrebbe pensato che arrivasse a un gesto simile piombato come un “fulmine a ciel sereno”. Ketti Locurto, l’estensore delle motivazioni, e Alberto Puccinelli, il relatore, non hanno voluto commentare la decisione. Fondamentale per un giudice è mantenere il segreto della camera di consiglio, così vuole la legge.

“Queste dimissioni, sempre ammesso che siano state davvero dettate da un dissenso con i colleghi, – è stato osservato nei corridoi -, lasciano intendere che ci sia stato una sorta di complotto. In realtà è fisiologico ci siano pareri discordanti. Al limite, – ha ricordato il magistrato – se uno dei componenti del collegio vuole in qualche modo lasciare traccia del suo parere, può, come era capitato nel secondo processo Mills a carico di Berlusconi, scrivere una lettera e depositarla in busta chiusa in cassaforte. Ma mai violare la segretezza della camera di consiglio”.