Gli italiani all’estero hanno anche la loro stampa. Se una parte di quella nazionale è finanziata dallo Stato, anche le pubblicazioni dei connazionali sparsi per il mondo ricevono i loro contributi governativi. La torta da spartirsi è di 2 milioni di euro. Poco a fronte dei quasi 56 milioni di stanziamenti attuali all’editoria nazionale. Ma mentre questi ultimi sembrano andare verso la decurtazione in i tempi di spending review, i 2 milioni vengono portati a 3 nel 2014. Segno che gli interessi politici verso le circoscrizioni estere non sono pochi.
 
I soldi vengono ripartiti tra meno di un centinaio di pubblicazioni (tabella 1tabella 2molte delle quali ricevono contributi modesti intorno ai 10.000 euro annui. Spiccano però alcune testate che staccano decisamente le altre. Stando ai dati del 2012, gli ultimi disponibili, il primo fra tutti è L’Italiano (Argentina) con 219.000 euro l’anno, seguito da Comunità Italia (Brasile) 76.000, Corriere Italiano, Specchio e Cittadino Canadese (Canada) rispettivamente con 65.000, 60.000 e 47.000, fino alle riviste edite in Italia ma diffuse all’estero come Il messaggero di Sant’Antonio che riceve 66.000 euro e all’agenzia stampa Aise, con sede a Roma, che ne prende 53.000.

Con 62.000 euro annui, tra i più finanziati anche Londra Sera, che però solleva più di un dubbio sulla qualità informativa nella comunità italiana della capitale britannica. Diretto dal fotografo Tommaso Bruccoleri, che lo pubblica dal 1976 con pochi e mal pagati collaboratori (come denuncia il webmaster, che dal 2012 ne ha addirittura bloccato la versione online), il settimanale mette insieme agenzia stampa sulla vita degli italiani d’oltremanica, molte foto e pubblicità riuscendo a uscire in formato cartaceo di 16 pagine con una tiratura che, stando alle certificazioni arriva a 16.000 copie a settimana.

C’è da fidarsi? E chi controlla che sia tutto in regola? “La torta dei contributi viene ripartita sulla base di alcuni criteri, tra cui qualità informativa della pubblicazione, numero delle pagine, tiratura e copie diffuse” rispondono dal Dipartimento per l’informazione ed editoria (Die) della Presidenza del Consiglio. “I gruppi editoriali più grandi sono di solito più organizzati e riescono a ricevere più soldi”.

Come si fa però a controllare che si tratti di riviste realmente diffuse e di un interesse tale da meritare denaro pubblico? “Per le testate che hanno effettivamente sede all’estero non abbiamo modo di verificare se non affidandoci alla rete consolare che ben conosce il territorio”. Se è così il margine di discrezionalità appare molto ampio e “può capitare che le pubblicazioni più collaborative con le istituzioni possano ricevere maggior attenzione”, fanno capire dal Die.

È davvero così? “Alla rappresentanza diplomatica, la legge non richiede di entrare nel merito della sostanza della pubblicazione ” rispondono dal consolato di Londra. E ancora: “Nella commissione che decide la ripartizione delle quote i funzionari delle rappresentanze diplomatiche non figurano”. Insomma, le sedi consolari si limitano a registrare la presenza di pubblicazioni che richiedono il contributo pubblico per l’editoria all’estero. Sono altri i responsabili della buona o cattiva scelta.
E qui si potrebbe pensare al ruolo dei Comites, i comitati degli italiani all’estero di dubbia utilità di cui è in corso il rinnovo in questi giorni, che effettivamente hanno voce in capitolo nella segnalazione delle testate che meritano fondi per l’editoria. Il caso di Londra Sera non sarà certo unico al mondo, e forse neppure il peggiore. E soprattutto, la poca trasparenza non aiuta a capire se questi soldi – come sempre i nostri – sono spesi bene oppure no.

@andreavaldambri

Il Fatto Quotidiano, 16 ottobre 2014