L’Europa sembra un’orchestra stonata e senza direttore. Non c’è da stupirsi se i mercati finanziari danno segni di nervosismo. Questa settimana abbiamo avuto un assaggio della tempesta che ci aspetta se l’Europa continua a latitare. L’unica via d’uscita è una maggiore cooperazione.

di Angelo Baglioni, 17 ottobre 2014, lavoce.info

Governi in ordine sparso

Finora l’abbondanza di liquidità, generata dalle banche centrali, e la ritirata dei movimenti di capitale dai mercati asiatici avevano sostenuto i listini azionari europei e contribuito a tenere bassi i tassi d’interesse sui titoli a reddito fisso dei cosiddetti “paesi periferici”: i famosi spread erano su livelli molto contenuti e perfino la Grecia era riuscita a tornare sul mercato a costi ragionevoli, oltre all’Irlanda e al Portogallo. Questo aveva forse creato l’illusione che la crisi del debito sovrano fosse alle spalle e che l’Europa potesse finalmente concentrarsi solo sulla crescita.

Non è così. Lo scossone sui mercati finanziari di questa settimana è stato un brusco risveglio. I problemi dell’area euro sono ancora tutti lì, ed è stato fatto ben poco per risolverli. Anzi si sono aggravati, con una recessione che dura ormai da tre anni in alcuni paesi (tra cui l’Italia) e che sta cominciando a farsi sentire anche in Germania. Con una deflazione incombente, di fronte alla quale Mario Draghi stenta a trovare l’arma vincente, anche perché è lasciato sempre più solo. Con un debito pubblico che non accenna a diminuire (in rapporto al Pil): quello italiano è superiore al 130 per cento e quello greco è sopra al 170 per cento. La gestione della crisi del debito sovrano “alla tedesca” sta mostrando tutti i suoi limiti: la politica fiscale restrittiva, perseguita da tutti i paesi dell’area euro contemporaneamente, ha finito per aggravare la recessione anziché risolvere il problema della sostenibilità del debito.

Anziché prendere atto che questa è la situazione e che occorre trovare una nuova strada in modo cooperativo per uscire dal vicolo cieco in cui si sono messi, i governi europei danno una risposta disordinata alla crisi, perseguendo ognuno la sua visione e i suoi interessi elettorali di breve periodo.

Il Governo tedesco segue ostinatamente la linea del rigore. Il Governo italiano cerca di negoziare qualche margine di flessibilità, sfruttando i cavilli e le ambiguità delle regole europee (si veda, ad esempio, la battaglia sul calcolo dell’output gap). Il Governo francese (dopo avere silurato un ministro anti-austerità) sbatte in faccia alla Commissione l’ennesimo rinvio degli obiettivi di bilancio concordati. Il Governo greco vuole uscire in anticipo dal programma di assistenza finanziaria, non vedendo l’ora di mandare a casa la Troika. N
el frattempo, la Commissione continua imperterrita a fare il guardiano di regole sempre più complesse e sempre meno tollerate sia dai cittadini sia da molti governi europei.
Dal canto suo, la Bce si inventa nuovi strumenti di dubbia efficacia (Tltro), perché per fare il salto verso il quantitative easing e l’acquisto di titoli di Stato deve superare l’opposizione della Bundesbank.
Su tutto pende la sentenza della Corte di giustizia europea sul programma Omt.

Insomma, l’Europa sembra un’orchestra stonata e senza direttore. Non c’è da stupirsi se i mercati finanziari cominciano a dare segni di nervosismo.
Come tante volte si è detto, siamo a un bivio. Se i leader europei continueranno ad andare in ordine sparso, non ci sono speranze. Il livello dello scontro è destinato ad alzarsi, su diversi fronti: tra la Germania e i paesi “periferici”; tra la Commissione e i governi nazionali irrispettosi delle regole europee; tra la “linea Bundesbank” e la “linea Draghi”. Se questa è la prospettiva, prepariamoci a una tempesta sui mercati finanziari, di cui abbiano avuto una anticipazione questa settimana.

L’unica via d’uscita

Se viceversa i governi europei troveranno il modo per cooperare maggiormente, allora le vie di uscita non mancano. Le ha indicate, ad esempio, Mario Draghi nel famoso discorso di agosto a Jackson Hole. Anzitutto, oltre a fare le riforme che aumentino il prodotto potenziale, bisogna coordinare le politiche fiscali, in modo che i paesi (Germania) che sono nelle condizioni di fare una politica espansiva contribuiscano a sostenere la domanda aggregata. Secondo, bisogna riconoscere che nel mandato della banca centrale c’è anche il compito di fare da prestatore di ultima istanza (“backstop”) dei governi: questo ruolo, svolto dalle rispettive banche centrali, ha consentito ad altri paesi (Usa, Regno Unito, Giappone) di evitare la restrizione fiscale imposta alla zona euro, nonostante avessero un alto livello di debito pubblico.

Su questi temi ci piacerebbe che il Governo italiano si facesse sentire, esercitando un ruolo di leadership durante il semestre di presidenza della UE (e anche oltre, naturalmente). Concentrarsi sui decimali (rapporto deficit/Pil) e sulle technicalities (output gap) non risolve i problemi di fondo.