Anche il mondo scientifico in campo per Genova, dopo l’alluvione che ha colpito la città nei giorni scorsi. L’occasione è il Festival della Scienza, un appuntamento che si rinnova da 12 anni e che richiamerà per dieci giorni, dal 24 ottobre al 2 novembre, studiosi di tutto il mondo, in particolare dalla Francia, Paese ospite. “È stata casuale la scelta del tema dell’edizione di quest’anno, il tempo, declinato in ogni suo aspetto, compreso quello meteorologico – afferma Manuela Arata, presidente del Festival -. Erano già in calendario molte conferenze sui temi del riscaldamento globale e dei mutamenti climatici. Ma ovviamente, dopo i fatti dei giorni scorsi, saranno intensificate”.

Gli organizzatori sottolineano che le zone in cui avranno luogo gli oltre 300 eventi in programma non sono state toccate dall’alluvione e la manifestazione si potrà, quindi, svolgere regolarmente. “Questo appuntamento è un’occasione per rialzare la testa e far brillare di nuovo la città – precisa Arata –. Genova è una città resiliente come la scienza, lo dimostra il fatto che metà dei cosiddetti angeli del fango sono giovani animatori del Festival. Quanto sia necessaria la scienza nella società odierna lo hanno dimostrato ancora una volta, purtroppo, i quasi 400 mm di pioggia caduti in un paio d’ore nella nostra città. Abbiamo più che mai bisogno – sottolinea il presidente del Festival – della capacità della scienza di analizzare i fenomeni e trovare soluzioni adeguate”.

È proprio di questi giorni l’annuncio del Goddard Institute for Space Studies della Nasa che il mese di settembre 2014 è stato il più caldo a livello mondiale dal 1880, da quando, cioè, si registrano le temperature globali. L’aumento di temperatura misurato è di 0,77 gradi centigradi rispetto alla media globale dell’ultimo secolo. Principale imputato la concentrazione atmosferica di anidride carbonica, balzata dalle 285 parti per milione del 1880 alle 481 registrate quest’anno.

Ma in che modo il riscaldamento globale incide sull’estremizzazione delle condizioni meteo cui stiamo assistendo sempre più spesso da alcuni anni a questa parte? “L’aumento delle temperature superficiali dei mari porta a immagazzinare più energia nell’atmosfera, e questo può avere un’influenza indiretta sulle precipitazioni – sottolinea Massimiliano Pasqui, ricercatore dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr -. Negli ultimi anni stiamo assistendo a una diminuzione del numero di giorni piovosi con il mantenimento, però, dello stesso volume di pioggia. Significa che, quando piove, piove di più. Si tratta – aggiunge l’esperto – di fenomeni molto intensi e localizzati, e questo li rende più difficili da studiare”.

Sono eventi che si autorigenerano – spiega Bernardo Gozzini, climatologo e responsabile del Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale (Lamma), un consorzio tra la Regione Toscana e il Cnr che all’attività di ricerca affianca quella di servizio meteorologico regionale -. Si tratta di fenomeni che partono dal mare e che il mare caldo mantiene nel tempo. Si verificano nelle zone costiere, soprattutto in quelle aree, come la Versilia e la Liguria, in cui – sottolinea lo studioso – sono presenti dei rilievi montuosi che fanno da muro, favorendo la concentrazione di cumuli nuvolosi che possono sfociare in precipitazioni intense e di breve durata. Anche la violenta grandinata di Firenze di alcune settimane fa è partita dalla costa. Oltre al riscaldamento superficiale dei mari, però, esiste un altro ingrediente che può dare efficacia ed efficienza a un temporale – sottolinea Gozzini -, il cosiddetto gradiente termico, la differenza tra aria fredda in quota e aria calda in basso, una condizione molto comune nel passaggio dall’estate all’autunno. Più è alto questo gradiente, più è facile che si formino nuvole cumuliformi, con fortissime correnti ascensionali calde e discensionali che portano pioggia e a volte grandine”.

Ma com’è possibile migliorare le previsioni e cosa occorre fare per ridurre gli effetti al suolo di questi fenomeni? “È necessario – afferma Gozzini – aumentare i fondi per migliorare la qualità delle osservazioni, sia dalle stazioni a terra che dai satelliti, e dei modelli matematici che, sebbene criticati, rappresentano al momento lo strumento migliore che abbiamo per fare previsioni. Certo – precisa il climatologo toscano -, un modello non potrà mai rappresentare la realtà in modo perfetto, ad esempio dirci l’effettivo quantitativo di pioggia che cadrà. Ed è per questo che resta determinante il fattore umano, il ruolo del previsore, con la sua sensibilità e conoscenza del modello stesso e delle caratteristiche climatiche del territorio”. Un territorio, quello italiano, che per la sua conformazione geografica, ricca di coste e catene montuose, e la capillare urbanizzazione è sempre più vulnerabile. “Occorrono azioni specifiche e una maggiore sorveglianza a livello locale – conclude Pasqui -. Il rispetto delle leggi e la messa in sicurezza del territorio dipendono solo da noi. Non possiamo chiedere sconti a madre natura”.