“Tale padre, tale figlia”, tuona l’opposizione sudcoreana. Bersaglio della critica è la presidentessa Park Geun-hye e il paragone è con il padre Park Chun-hee, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso a capo del regime all’epoca al potere a Seul. La ragione che spinge liberali e progressisti a parlare di metodi autoritari è la recente stretta contro le critiche online rivolte al capo di Stato. Per l’esattezza si parla di fermare la diffusione di rumors e indiscrezioni in circolazione sui social network. In particolare i sudcoreani sembrano essere preoccupati dal rischio che a passare sotto la lente della sorveglianza siano i messaggi che si scambiano su Kakao Talk, popolare programma di messaggeria sul modello di WhatsApp, usato da 35 milioni di sudcoreani.

Nelle scorse settimane la presidentessa ha esortato il ministero della Giustizia a indagare sulla diffusione di rumors che la riguardavano e insulti nei suoi confronti. “Si è andati troppo oltre, il rischio è che si spacchi la società”, si legge nel sito ufficiale del governo. A stretto giro è arrivato l’annuncio dell’istituzione di un team per monitorare le informazioni in rete. La sorveglianza dovrebbe riguardare i messaggi pubblici, sui social network, sui forum, sui siti web e nelle sezioni dei commenti.

Ma il timore è soprattutto per le applicazioni di messaggistica. Gli utenti sembrano propensi a cercare rifugio in programmi che garantiscono un maggiore livello di sicurezza, come Telegram. La migrazione di utenti ha spinto Kakao Talk a correre ai ripari, impegnandosi a garantire maggiore sicurezza. Come spiega The Verge, tra i sudcoreani serpeggia il timore che il governo possa leggere i messaggi in tempo reale, sebbene la società spieghi che questo sia impossibile da un punto di vista tecnico. Fatto sta che comunque l’azienda ha annunciato cambiamenti nelle strategie per immagazzinare i dati. I messaggi saranno conservati soltanto per tre giorni e non più per una settimana. Kakao Talk deve però sottostare a eventuali ordini degli investigatori, nel caso vogliano acquisire i dati.

Per l’amministrazione Park si tratta dell’ennesimo scandalo. Già nei mesi scorsi i servizi di intelligence erano stati scossi dalle accuse di aver interferito nella campagna elettorale per le presidenziali di dicembre 2012, mettendo in piedi una strategia di delegittimazione dei candidati progressisti e di fatto cercando di orientare gli elettori verso Park, candidata dei conservatori e poi vincitrice. Sullo sfondo c’è la tragedia del Sewol, il traghetto affondato lo scorso aprile facendo almeno 300 morti, in gran parte studenti in gita. Il disastro è un nervo scoperto nel rapporto tra governo e cittadini. E da qualche giorno lo è anche nei rapporti diplomatici con Tokyo.

Lo scorso 8 ottobre il giornalista giapponese Tatsuya Kato, corrispondente del quotidiano di destra Sankei Shimbum, è stato incriminato per diffamazione per un articolo sulla presunta irreperibilità di Park nel giorno della tragedia. Parte dei sudcoreani può giudicare corretta l’incriminazione, anche per le costanti critiche che il Sankei Shimbum riserva a Seul, in particolare su questioni sensibili per il nazionalismo nipponico, quali le dispute territoriali e la vicenda delle donne costrette a prostituirsi per i soldati giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. La Corea del Sud sconta tuttavia l’essere comunque percepita come un Paese parzialmente libero sul fronte della libertà di stampa, soprattutto per le restrizioni legate allo Stato perenne di guerra con i nordcoreani. Kato dovrebbe comunque essere uno dei convitati di pietra tra Park e il premier giapponese Shinzo Abe, entrambi a Milano per il vertice euroasiatico.

di Andrea Pira