Il testo della riforma sulla Pubblica amministrazione è entrato al Quirinale per il più autorevole dei visti e – racconta un’autorevole fonte – ne è uscito con un comma in più: il comma 4 all’articolo 1, che introduceva una deroga per i militari “richiamati in servizio”, consentendo a loro, e solo a loro, di restare in attività oltre il 31 ottobre 2014, anche se in età da pensione. E’ successo però che il comma 4, in aula, è stato bruciato. Per effetto di un emendamento proposto dal Movimento 5 Stelle, ma sostenuto di fatto anche dal gruppo Pd. Risultato: tra pochi giorni, il 31 ottobre, dovranno andare a casa centinaia di carabinieri, già in età da pensione ma “richiamati in servizio”, per esempio, come comandanti di stazione. Dovrà andare a casa anche il comandante generale dei carabinieri, il generale Leonardo Gallitelli, 66 anni. E pure il generale Arturo Esposito, 65 anni, direttore dell’Aisi, il servizio segreto interno. E il vicecapo della Polizia, Francesco Cirillo. La caduta del comma 4 ha scompaginato non solo i programmi di vita di tanti carabinieri che non sanno se entro due settimane dovranno restituire l’abitazione di servizio e cercar casa; ma hanno sconvolto i piani di chi stava lavorando per disegnare il futuro dell’Arma, dei servizi e, perché no, anche degli organigrammi del Quirinale. Per evitare il disastro annunciato, i vertici dei carabinieri si dicono convinti che il crollo del comma 4 non li riguarda: nel sistema intranet riservato dell’Arma, infatti, è comparsa una interpretazione secondo cui saranno obbligati ad andare in pensione i dipendenti della Pubblica amministrazione che il 31 ottobre risultano “trattenuti in servizio”, mentre i carabinieri sono “richiamati in servizio”, dunque potranno restare. Interpretazione debole. Così molti dell’Arma stanno cominciando a preparare gli scatoloni del trasloco. E il generale Gallitelli? Per lui è il crollo delle speranze di poter andare al Quirinale, come consigliere militare del presidente della Repubblica. Il salto al Colle poteva farlo restando ancora qualche mese, almeno fino a dicembre, al comando generale dell’Arma di viale Romania; difficile, se non impossibile, farlo da casa sua, dopo essere andato in pensione. A questo punto sono difficili anche le alternative che si era preparato: andare a dirigere il Dis, il Dipartimento informazione e sicurezza che collega Aisi e Aise (i servizi di sicurezza per l’interno e per l’estero); oppure ricoprire il ruolo, più politico, di sottosegretario alla sicurezza, per gestire dalle stanze del governo la futuribile riorganizzazione delle forze dell’ordine, integrando, in due soli corpi, carabinieri, polizia, guardia di finanza, polizia penitenziaria, corpo forestale, guardia costiera. Il generale Gallitelli è ai vertici dell’Arma da quasi dieci anni. Dal 2006, per tre anni, è stato capo di stato maggiore; dal 2009 è comandante generale. Nel 2013 era già riuscito a farsi dare una proroga, per poter restare a gestire le celebrazioni del bicentenario dell’Arma: l’ha decisa il governo Monti in zona Cesarini, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima di dimettersi. Nei mesi scorsi aveva lavorato per pilotare la sua successione. Aveva silurato un possibile candidato, il comandante della divisione Pastrengo, generale di corpo d’armata Vincenzo Giuliani, mandandolo a dirigere la scuola dell’Arma. Un posto in cui si parcheggia chi si vuole escludere dai giochi dell’alta carriera. Dopo appena un anno di comando, in sei giorni Giuliani aveva dovuto lasciare Milano, senza neppure il tempo per i saluti istituzionali. Si era sentito inspiegabilmente messo da parte (forse anche per favorire il suo vice, il generale Marco Scursatone?) dopo una carriera brillante che lo aveva portato al vertice della Pastrengo, la divisione del Nord Italia. Era passato anche dal Quirinale, dove aveva comandato il Reparto carabinieri della presidenza della Repubblica, Corazzieri compresi. Ritenendo di essere vittima di un’ingiustizia, aveva chiesto di andare a rapporto dal suo ministro di riferimento, la titolare della Difesa Roberta Pinotti. Per poterlo fare, è però necessario il parere positivo del suo superiore: Gallitelli ha detto no, così a Giuliani non è restato che presentare un ricorso al Tar. Potrà magari vincerlo, ma di certo, dopo essersi appellato alla giustizia amministrativa, le regole non scritte dei militari gli impediscono di tornare in corsa per il comando generale. Tagliato fuori, a causa del crollo del comma 4 e costretto ad andare in pensione, anche il direttore dell’Aisi Arturo Esposito, che proviene dai carabinieri e aveva rifiutato il titolo di prefetto, che spetta ai direttori dell’Aisi, proprio per restare generale e mantenersi aperta la possibilità di tornare da comandante in viale Romania. A questo punto, il favorito alla successione di Gallitelli è Tullio Del Sette, attuale capo di gabinetto del ministro della Difesa Pinotti. Altri possibili candidati sono il generale Ugo Zottin, vicecomandante generale e numero uno della divisione Podgora (Centro Italia), e Saverio Cotticelli, comandante della divisione Palidoro (Unità mobili e specializzate) e presidente del Cocer, il sindacato militare interno.

da “il Fatto Quotidiano” del 16 ottobre 2014