Di certo i senza casco, la narrazione di ‘a carogna e dintorni e i mali di una città facile a dipingersi come dannata. E vada per la retorica a buon mercato, anche quella vende.
Eppure Napoli e la Campania aspettano risposte, da troppi anni
. Dopo la fiammata dello scorso anno di tv e giornali, oggi sull’affare rifiuti è calato il silenzio.

Dopo l’infatuazione collettiva (con qualche avveduta eccezione) per il racconto dell’ex boss, pentito, Carmine Schiavone che indicava, per sentito dire, terreni o campi da scavare alla ricerca del male, ora del disastro rifiuti non si parla più. E le domande restano senza risposta. A partire da una, semplice: ma chi paga? I processi a funzionari e politici nella gestione del pattume urbano sono stati sepolti da prescrizioni e assoluzioni, a dir poco contestabili, e quelli sui seminatori di veleni neanche sono mai partiti se si esclude quelli iniziati e circoscritti ad una limitata percentuale di presunti responsabili. Chi ha avvelenato la mia terra, da fine anni ottanta, ne è uscito indenne perché è impensabile portarli a processo per intervenuta prescrizione dei reati. Sarebbe un lavoro inutile. Così gli imprenditori la faranno franca.

Ma un ruolo decisivo può giocarlo la commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Occorre una radiografia delle aziende che hanno smaltito pattume tossico nelle discariche dell’imprenditoria criminale, occorre per dare credibilità alle istituzioni, occorre per individuare e mettere in fila i correi di questo tavolo di spartizione. Lo dico da tempo. C’è bisogno di una nuova relazione sul modello di quella licenziata nel 2000 dalla commissione Scalia che indichi gli intrecci societari, le responsabilità di ciascuno, le aziende che smaltirono, il ruolo e il posizionamento di quelle sigle societarie oggi. E’ possibile farlo perché la bicamerale di inchiesta gode degli stessi poteri dell’autorità giudiziaria, è possibile farlo partendo dall’ascolto attento dei collaboratori, quelli a conoscenza del fenomeno e non quelli che vagheggiano, riscontrando punto a punto il narrato. Molte aziende di allora, oggi, illuminano convegni parlando di energie rinnovabili ed economia verde.

Non è l’unico compito. Bisogna rispondere ad un altro quesito: chi e in che modo ha gestito l’eventuale trattativa tra pezzi dello Stato e camorra intorno all’affare rifiuti? Ne ho scritto in diverse occasioni, nel libro inchiesta La Peste e da ultimo nella mia intervista al collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo. Mentre, giustamente, si poneva l’attenzione sul protocollo Farfalla adottato in Sicilia, il pentito svelava il protocollo ‘di monnezza’.

Quando nel 2006 agenti dei servizi lo avvicinarono, offrendogli soldi, in cambio della cattura dei latitanti Iovine e Zagaria, chi erano quegli agenti? Perché non avvisarono le procure competenti? Con chi si incontrò Michele Zagaria durante la sua latitanza? La camorra ha garantito la tranquillità in cambio di appalti, concessioni e soldi? Gli elementi finora conosciuti convergono in una sola direzione, sollevati da pochi giornalisti, argomenti rimasti rigorosamente fuori dal dibattito pubblico e dal distratto Parlamento. E basta una inchiesta, pubblicata sul Fatto, a rinfrescare la memoria e il particolare che nel commissariato di governo avrebbero agito uomini dei servizi.

E’ venuta l’ora di individuarli questi 007, il loro compito, per conto di chi lo svolgevano, quali obiettivi hanno raggiunto. L’occasione per spiegarci, visti gli enormi poteri a disposizione, i rapporti commerciali tra il commissariato e Cipriano Chianese, inventore dell’ecomafia in Campania, e già all’epoca soggetto conosciuto alle cronache. Non si erano accorti di nulla? Così come non si erano accorti delle imprese legate al crimine organizzato che dal 1994 al 2011 hanno lavorato ininterrottamente per il commissariato e per l’azienda, aggiudicataria dell’appalto per la gestione delpattume domestico.

La commissione dovrebbe lavorare su questo, ma non mi sembra il verso intrapreso. Sarebbe ora anche di chiedere scusa ai campani onesti, bastonati e offesi, quando, a ragione, indicavano nell’appendice commissariale dello Stato un alleato delle logiche criminali. C’è bisogno di un fiume in piena di risposte. Questa, però, è l’ultima occasione.