Maggior vigore per contrastare il rischio Ebola. Questo ha chiesto Beatrice Lorenzin nella lettera spedita, insieme al commissario europeo alla Salute Tonio Borg, ai suoi colleghi del resto d’Europa per convocare il vertice di giovedì. Per dare l’esempio, racconta al Fatto il ministro, “abbiamo già realizzato simulazioni di emergenza Ebola nell’aeroporto di Fiumicino e ora continueremo negli ospedali come lo Spallanzani”. Nella sua veste di rappresentante della Presidenza del Consiglio dell’Unione durante il semestre italiano Lorenzin ha scritto ai colleghi dell’UE: “Noi (Io e Borg, Ndr) crediamo che dovremmo impegnarci con maggior vigore su questo tema (Ebola Ndr) a un livello di Unione Europea. E crediamo sia doverosa una discussione a livello europeo sulla necessità di misure per rafforzare i controlli in entrata nei punti di ingresso diretto nell’UE e su quali possano essere queste misure”.

Ministro Beatrice Lorenzin, alle 11 di giovedì a Bruxelles – su sua iniziativa – è stato convocato un vertice europeo sull’epidemia di Ebola. Ci dobbiamo preoccupare?
Non bisogna fare allarmismo ma bisogna dire ai cittadini le cose come stanno. Prima dell’estate eravamo all’interno di una crisi nell’Africa occidentale che l’OMS pensava di poter confinare a centinaia di casi. Oggi siamo a 8 mila casi e OMS e ONU prevedono si possa arrivare a 20 mila intorno a Natale, prima che il virus decresca in seguito a massicci interventi. La gestione della crisi deve essere coerente con lo scenario. L’Europa e l’Italia in particolare sono attrezzate per affrontare questa emergenza. Tutti però devono seguire le regole e i protocolli. Diciamo che dobbiamo prepararci a gestire ogni evenienza in modo attento e responsabile anche se ragionevolmente non dovrebbe verificarsi.

Qual è il rischio principale?
Per curare 20 mila casi ci saranno tanti operatori impegnati nei paesi ad alto rischio cioè Liberia, Guinea e Sierra Leone. Stiamo parlando di eroi. Io ho parlato con alcuni di loro e mi hanno raccontato che non si danno neanche la mano per mesi, proprio per evitare pericoli. La storia dei pochi casi segnalati in Europa dimostra però che il problema può venire proprio da questi operatori o da residenti , che sono entrati in contatto con i malati, non sono sintomatici e possono a loro volta diventare veicolo di contagio.

C’è stato il caso del dottore tedesco che, prima di mostrare i sintomi, ha partecipato a un brindisi in Sierra Leone con altri cooperanti tra cui un italiano di Emergency, poi ricoverato allo Spallanzani per cautela.
Sì e c’è il problema dei voli dove si triangola. Dopo essere atterrato in Europa dall’Africa occidentale con un volo diretto l’operatore o anche chi viaggia per altri motivi, potrebbe spostarsi con altri voli senza che nessuno sappia la provenienza originaria, anche verso l’Italia, che non ha voli diretti con i tre Paesi a maggior rischio Ebola. Un’ipotesi che io mi sentirei di appoggiare è quella di realizzare delle aree di compensazione per gli operatori all’arrivo in Europa oppure nei paesi di provenienza.

Non c’è già un obbligo di quarantena per gli operatori entrati in contatto con i malati?
No, non c’è e non è facile introdurlo. Bisogna immaginare delle procedure alle quali gli Stati europei possano aderire. Comunque secondo me il tema fondamentale è la tracciabilità delle persone che provengono dai paesi a rischio.

Gli Stati europei sono divisi sulla predisposizione di controlli all’ingresso negli aeroporti europei. Lei che ne pensa?
Sono utili, anche se sono più utili i controlli alla partenza dall’Africa. La cosa più importante è bloccare in Africa l’epidemia e non farla trasformare in pandemia.

Cosa possono fare gli Stati europei nei luoghi di partenza per limitare i rischi di contagio?
Giovedì io chiederò a tutti i Paesi europei di innalzare i livelli di sicurezza e di informazione. Chi sale su un aereo diretto in Europa deve sapere esattamente quali sono i sintomi di Ebola e a quale numero deve telefonare se c’è un dubbio. Attiviamo un numero verde al ministero, oltre alle informazioni sul nostro sito. Poi una proposta che mi sembra sensata è quella di dislocare medici europei negli aeroporti dei paesi a rischio.

Pensa di inviare i medici italiani negli aeroporti di Liberia, Sierra Leone e Guinea?
È una proposta che stiamo valutando. Ma è importante un coordinamento europeo. Ed è un tema che io voglio porre nell’incontro di giovedì.

Un passeggero sbarcato a Parigi dalla Liberia potrebbe prendere un volo per Roma senza che il nostro sistema sanitario ne sappia nulla?
Per evitare che accada bisogna rafforzare la cooperazione a livello europeo e mi sembra sensata la proposta di un registro con un controllo serrato nei paesi di partenza. I passeggeri devono essere informati e tracciabili. Già adesso noi abbiamo prolungato a 21 giorni la conservazione delle liste dei passeggeri. Comunque, appena viene segnalato un sospetto, in Italia scatta un sistema di allerta che attiva immediatamente procedure di isolamento e i falsi allarmi sono serviti per simulare situazioni di rischio. In questi giorni abbiamo effettuato simulazioni a Fiumicino e continueremo negli ospedali preposti, come lo Spallanzani e il Sacco di Milano, centri di alto isolamento che il mondo ci invidia.

Da Il fatto quotidiano del 13 ottobre 2014