Un pericoloso e letale virus sta colpendo il Bel Paese: si chiama horror vacui e chi ne è contagiato diventa preda di una parossistica frenesia ad inseguire ogni manufatto artistico, possibilmente molto noto, allo scopo di riempire i vuoti o perlomeno quelli che il contaminato ritiene tali.

La frenesia lo porta ad agitarsi pur di raggiungere il suo scopo; di solito il virus prende persone molto esposte, ma si diffonde rapidamente tra amministratori locali, politici, responsabili di enti culturali agognanti di possedere il feticcio (da adorare e venerare con proprietà taumaturgiche) per riempire lo spazio che potrebbe ahimè essere dimenticato e non evocato.

Perché poco importa se lo spazio è già di per sé bello e colmato da altri oggetti o usato per altre funzioni, occorre avere il testimonial, come il personaggio tv da ospitare per l’audience.

Passate le epidemie agostane, quando sembrava ormai scemato, verso la fine di settembre, in concomitanza con la riunione dei ministri europei della Cultura, si è riproposto, con l’idea di traslare a Venaria Reale nel periodo dell’Expo la testimonial per eccellenza: la Simonetta Vespucci, alias Venere del Botticelli, che è propriamente connotativa degli Uffizi (come la definisce l’ottimo direttore Antonio Natali), al pari delle meno note Eleonora de Toledo, Maria Salviati, Lucrezia Panciatichi e altre dame fiorentine.

Si badi bene che il termine feticcio non vuole avere connotazioni negative, ma è la forzatura che si vuole dare ad una opera d’arte ritenuta capace di riempire spazi ed attrarre adoratori.

Se fosse così le origini liguri di Simonetta potrebbero essere di conforto alla martoriata, non dalla natura ma dagli uomini, terra di Genova, come salvatrice dai malvagi che, anziché valorizzare ciò che è identificativo della nostra civiltà e non riproducibile, in un ansia che invade progettisti, specie se archistar, cercano di eguagliare Manhattan o Dubai.

Genova, che è dotata di uno dei più antichi e interessanti centri storici italiani (il 4° per estensione), ha interi isolati fatiscenti che potevano essere recuperati, sia per la destinazione residenziale che commerciale, evitando costruzioni a rischio, e destinando risorse al riassetto idrogeologicoMi si obietterà: ma cosa c’entra il discorso dei prestiti dei feticci con le alluvioni, determinate – si badi bene – non dalla natura, ma dallo spreco del territorio?

C’entra eccome, perché l’ansia di riconvertire grandiosi contenitori per il solo scopo museale e quindi di farli rendere (com’è giusto che sia) economicamente, porta i responsabili all’affanno continuo dello sbigliettamento di risorse, tenuto conto della quantità e concorrenza di Musei (troppi) presenti nel nostro Paese.

Molte volte si dimentica che palazzi storici, complessi monumentali, rocche, castelli, fungevano a scopi funzionali (residenziale, terziario, commerciale), che venivano usati da una molteplicità di addetti a tutti i livelli, frequentati sino al primo piano persino da cavalli e cionondimeno arrivati a noi indenni.

Sostengo da anni che i beni culturali si depauperano non solo per il cattivo utilizzo e le manomissioni, ma ancor più per l’abbandono: i monumenti, come le case, vanno vissuti, il loro lento e a volte impercettibile degrado inizia da una piccola mancata manutenzione dovuta al non uso.

Quando proposi di destinare il complesso della Reggia di Venaria, oltre agli edifici limitrofi, a sede della Regione Piemonte, qualcuno obiettò che doveva viceversa diventare un altro (ennesimo) museo, dimenticando che ogni complesso monumentale ha parti auliche e grandi superfici, già all’epoca concepite per servizi. Senza contare che la Reggia era completamente privata di suppellettili ed elementi decorativi di pregio.

In questo modo si sarebbe evitato a Torino il costoso ed impattante grattacielo e la giusta preoccupazione di attirare sempre più visitatori (anche con la Venere) per mantenere la Dimora.

Sta agli architetti redigere un buon progetto di restauro che coniughi rispetto totale per la storia e destinazione d’uso, quindi filologicità e fruizione, basandosi sul concetto fondamentale della Carta italiana del Restauro che imponeva di mantenere in efficienza il complesso monumentale. Stessa Carta che dettava di evitare il ricollocamento delle opere d’arte in luoghi diversi dagli originali, concetti ripresi dalla L. 1089/39 e dal Codice dei Beni Culturali.