La messaggistica istantanea non è solo business per chi veste il ruolo del più veloce e preciso postino digitale. Se 140 caratteri possono pesare più di un macigno ed esser più esplosivi di un’atomica, chi ne gestisce il movimento e lo scambio ha inevitabilmente tra le mani l’invisibile scettro del potere e identifica l’ennesimo temutissimo Servizio Segreto.

Può filtrare in una frazione di secondo qualunque contenuto, può scegliere se propagarlo o recapitarlo a un preciso destinatario che può aver commissionato specifiche cernite, può schedare chi-scrive-cosa, può classificare orientamenti e interessi, può scandagliare i sentimenti collettivi e generare efficaci modelli predittivi. Richieste e minacce non spaventano chi vive asserragliato nel quartier generale di Twitter e sa bene di avere un arsenale di informazioni tale da ripetere virtualmente Hiroshima e Nagasaki.

Nella Suite 900 al numero 1355 di Market Street a San Francisco sono abituati a chi si rivolge loro facendo la voce grossa e non sono certo le recenti invettive e condanne a morte decretate dall’Isis a perturbare la quiete di una squadra che si vanta di bere ogni settimana oltre 2.214 litri di caffè senza dar segni di nervosismo. Per le mani di Twitter passano oltre 500 milioni di messaggi al giorno, il 78% percento dei quali inviati o letti su dispositivi mobili in oltre 35 lingue. L’unico incubo è il Denial Of Service, ovvero il blackout che potrebbe portare alla paralisi delle comunicazioni, che può essere generato per motivi ideologici (con l’intervento di hacker che possono “sovraccaricare” il sistema fino a farlo crollare), politici (quando si abbatte la mannaia della censura che va a decapitare le connessioni ai server ritenuti pericolosi da regimi e governi) o commerciali (se c’è lo zampino di un concorrente che può trarre profitto dalla circostanza).

L’interruzione del servizio può ovviamente far felice chi vuole liberarsi di manifestazioni di protesta: attualmente inibito ai cibernauti nordcoreani, cinesi e iraniani, Twitter è stato periodicamente bersaglio di “oscuramenti” correlati a fermenti rivoluzionari e a dinamiche sovversive. Ci si è accorti della valenza dei cosiddetti “shutdown” quando a gennaio del 2011 per alcuni giorni l’Egitto è rimasto isolato dall’accesso ai social network mentre nelle piazze pulsavano le proteste.

Qualche mese dopo non è stato un dittatore a pensare di bloccare Twitter, ma un David Cameron impensierito dall’evolvere delle rivolte dei giovani britannici scesi in strada contro l’austerity. Quel che è accaduto nella primavera scorsa in Turchia sarebbe stato solo l’esito di una sentenza di una Corte di Giustizia sull’eccessiva libertà di espressione sfociata in valanghe tweet al vetriolo nei confronti dell’allora premier Erdogan che inibì l’uso del sistema agli utenti turchi per alcuni giorni. Twitter mette paura. A chi lo vede come faretra di strali e oggi, Isis docet, a chi teme di non potersene servire come aveva creduto di poter fare.

@Umberto_Rapetto

Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2014