Riprendo il progetto di analisi comparata dei leader del momento e delle rispettive tensioni interne al loro partito/movimento avviato nel penultimo post.

Beppe, Matteo e Silvio. Quante diversità, ma anche tanti punti in comune. Proviamo a discuterne alcuni, e non parlo del fluente inglese, grazie al quale ci hanno regalato perle da far impallidire il miglior Aldo Biscardi.

Primo: tutti sono riusciti a loro modo a trasformare in successo una bruciante sconfitta. B., nonostante il parere contrario di molti fedelissimi, si è chiamato in campo a causa del crollo dei poteri che fino a quel momento gli offrivano le garanzie necessarie per operare nel settore edilizio e, di più ancora, in quello radiotelevisivo. Com’è andata a finire tutte le volte che lo si dava per sconfitto lo sappiamo fin troppo bene… Grillo ha intuito prima di tutti (si narra con l’aiutino di Casaleggio) che i nuovi media sarebbero stati il palcoscenico del suo rientro in grande stile dopo la defenestrazione dai media tradizionali (stampa e, soprattutto, tv). Renzi al secondo tentativo di primarie ha asfaltato la gioiosa macchina da guerra Bersani-D’Alema-Cuperlo.

Secondo: tutti e tre, sempre a loro modo, sono scaltri comunicatori. Va però detto che Renzi sembra aver condensato in sé, e ulteriormente amplificato, i tratti tipici degli altri due: sui social è il più bravo. Ma anche nei dibattiti televisivi sembra incassare e ribattere alle critiche meglio di Grillo, il quale all’apice della carriera è stato sì un ottimo monologhista, ma mai un bravo improvvisatore, ed è per questo che, ancora oggi, o insulta o taglia corto e si sottrae allo scambio dialettico non pianificato. Quando poi si tratta di vendere, Renzi ha dato prova di piazzare il pacco meglio del biscione dei tempi migliori (vedi slide, siti, vendite su ebay, che concretamente non hanno portato a nulla, ma mediaticamente hanno funzionato). In questo, concordo con molti commentatori del blog, senza dubbio aiuta avere dalla propria parte un “potere di fuoco” mediatico paragonabile solo a quello di cui ha goduto l’ex premier con sede ad Arcore. Di contro, Grillo e il M5S hanno sofferto il problema opposto, quello di essere ignorati finché s’è potuto, sottovalutati non appena le prime iniziative politiche hanno valicato la soglia d’attenzione e attaccati su più fronti (non sempre senza motivo) una volta divenuti popolari.

Tre: gestiscono il dissenso sopprimendolo, pur con strategie differenti. Delle turbolenze tra Grillo e la base dei 5Stelle abbiamo parlato qui. Silvio è e rimane il monarca assoluto del suo partito. In declino, accerchiato, anziano ma sempre di monarchia assoluta si tratta. I pretendenti, sperando un giorno di vederne qualcuno di un po’ più credibile di Fini, Alfano o Fitto, farebbero bene a ricordare che la leadership carismatica, quantomeno nella politica italiana moderna, coincide con lui, al punto che abbiamo dovuto coniare un neologismo per descriverla (“berlusconismo”). Renzi e il Pd? A differenza di FI-Pdl e M5s, il Pd pre-esisteva al suo attuale leader, e questo non è un dettaglio da poco. Inoltre, in quanto erede di partiti con un solido passato alle spalle dal punto di vista dell’organizzazione e del radicamento nel territorio, il Pd dovrebbe ormai da tempo aver superato il subbuglio ormonale tipico dei movimenti in fase nascente o adolescenziale. E invece gli scossoni nel Pd di Renzi non mancano. La cosiddetta minoranza è sempre pronta a minacciare scismi e voti contrari, salvo poi uniformarsi al momento decisivo. Un ex segretario annuncia disperato che mancano 400mila tessere rispetto all’anno passato, ma non occorre essere fan di House of Cards per annusare che non poteva esserci miglior peggiore notizia per l’ala anti-renziana. L’apparente contraddizione tra un partito storicamente maturo e le sue puerili tensioni interne è il portato della strategia con cui Renzi ha preso e mantiene il potere nel Pd: una paziente ma costante opera di svuotamento dal di dentro di tutto ciò che gli è d’inciampo. Qualunque cosa fosse con i 4 precedenti segretari – accomunati dall’allitterazione delle ultime due lettere del cognome più che da qualsivoglia obiettivo politico-strategico – il Pd di Renzi è oggi una scatola vuota, che viene riempita a seconda delle esigenze d’immagine del leader. Un contenitore delle contingenze che fa disamorare la base tradizionale, ma che una nazione lungi dall’essere stata de-berlusconizzata sembra gradire parecchio. Per il momento.