Magistrati sul piede di guerra nuovamente contro la riforma della giustizia e avvocati in piedi a spellarsi le mani per applaudire il ministro Andrea Orlando. È stata una giornata particolare quella di sabato nel cammino che porterà l’esecutivo a varare la riforma, perché mentre il governo e il premier Matteo Renzi diventavano ancora bersaglio della protesta dell’Anm, il Guardasigilli incassava una standing ovation dai legali presenti al Lido di Venezia al 32° Congresso nazionale forense: cinque minuti di appluasi. Una coincidenza di eventi che ha spinto La Stampa a titolare l’articolo di analisi sulla questione giustizia:”Il Pd diventa il partito degli avvocati”. Ma non solo l’annuncio di una assemblea straordinaria delle toghe non avveniva dal 2006 quando i magistrati si battevano contro le legge ad personam di Silvio Berlusconi. 

Ma cosa ha fatto il ministro a conquistare gli avvocati? Per esempio dicendo che “bisogna superare stereotipi e preconcetti che vedono gli avvocati come il problema o una parte del problema: la vera sfida è far diventare gli avvocati parte della soluzione, chiedendo loro un’assunzione di responsabilità che li porti ad assumersi parte del peso. Non ho fatto le mie scelte – ha detto ieri – perché preferivo gli applausi ai fischi, ma per motivi di carattere politico, essendo convinto del fatto che sia possibile risolvere i problemi della giurisdizione solo attraverso un rapporto forte con l’Avvocatura”. Ed è per questo che Orlando ha annunciato che l’attuazione della riforma dell’ordinamento forense dovrà essere “un tutt’uno con la riforma della giustizia, altrimenti c’è il rischio che tutto rimanga sbilenco”. Il Guardasigilli ha spiegato di sapere che si tratta di una “partita molto difficile “perché vede da un lato il rischio di una reazione corporativa e, dall’altro, un’aggressione di tipo mercatista alla professione. In tal senso, anche la politica deve correggere la propria impostazione, in quanto l’idea di assimilare l’avvocatura ad altri tipi di servizi regolati solo da tariffe e coefficienti è sbagliata. Con un sano realismo politico, invece, bisogna capire che non si può prescindere da questi professionisti, costruendo insieme una terza via tra la chiusura e la subalternità al contesto europeo: una via che implica la capacità di costruire un modello che coincida con lo specifico della realtà italiana”. Con queste premesse il presidente dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura, Nicola Marino, gli ha rivolto cinque richieste: il reinvestimento di tutte le risorse del settore giustizia (e del contributo unificato) nella giustizia stessa; il reclutamento di una task force di avvocati e magistrati per smaltire l’arretrato nel processo civile; la redazione di un testo unico sul processo civile telematico che con poche norme ne chiarisca il regolamento; la possibilità, da parte degli avvocati che fanno parte dei Consigli Giudiziari, di valutare il comportamento dei magistrati togati e mantenere un osservatorio permanente sulla giurisdizione avvocati-ministero. Insomma un po’ più di potere nei confronti della magistratura.  

Mentre Orlando incassava il placet alla terza via, le toghe dell’Anm contestavano la riforma della giustizia, come già fatto in diverse occasioni: “Non è rivoluzionaria”, è fatta di “slogan”, accompagnati da “dichiarazioni pubbliche” che raccontano “favole” e “falsi sull’inefficienza delle toghe”. Così è arrivato l’annuncio che il Comitato direttivo centrale (Cdc) dell’Anm ha approvato all’unanimità la convocazione di un’assemblea generale “straordinaria e urgente” per domenica 9 novembre. L’ultima volta su una riforma della Giustizia risale al 2006, quando il governo Berlusconi ormai stava finendo ma le toghe protestavano contro “gli effetti irrazionali e dannosi che si avrebbero con l’entrata a regime pieno della legge Pecorella e della ex Cirielli“. 

Il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli, ieri ha poi definito, rivolgendosi al premier e segretario del Pd Matteo Renzi, “inutili provocazioni” frasi quali “il ritornello ripetuto fino all’altro ieri” secondo cui “l’Anm avrebbe protestato contro il tetto stipendiale massimo e avrebbe considerato la riduzione delle ferie alla stregua di un attentato alla democrazia: favole che non diventano più vere solo perché raccontare più spesso. I molti luoghi comuni, alimentati da quanti insistono sulla nostra presunta inefficienza e irresponsabilità – ha insistito Sabelli – sono veri e propri falsi, smentiti dai dati statistici, che collocano la produttività della magistratura italiana ai livelli massimi in Europa, con oltre 2 milioni 800 mila cause civile con oltre 1 milione 200 mila procedimenti penali esauriti in un solo anno”.