Aldilà di come finirà l’occupazione – dopo il rifiuto del governo di incontrare gli studenti, nei prossimi giorni, forse ore, potrebbe di nuovo succedere di tutto – quello che sta succedendo ad Hong Kong non solo non ha precedenti in Asia, dove le manifestazioni sono in genere rigorosamente controllate e limitate, e immediatamente represse al primo cenno di illegalità. Sta anche e soprattutto scrivendo una pagina completamente nuova sulle tecniche di espressione – e gestione – del dissenso. Una strategia che potrebbe mettere in seria difficoltà molti paesi e molti governi democratici.

Non è una rivoluzione”, scrivono e ripetono senza sosta gli studenti (e non solo per rassicurare Pechino, anche per tranquillizzare i cittadini) : vogliamo solo elezioni davvero libere, il diritto di manifestare pacificamente senza essere aggrediti, picchiati e gasati dalla polizia, e quello di trattare direttamente con le autorità. Che è un diritto delle parti sociali. Non una gentile concessione del governo.

Hai detto niente. Non so in quanti paesi democratici questi diritti siano davvero garantiti, esercitati e di fatto rispettati. Ma a vedere questi ragazzi che oramai da 13 giorni occupano, pacificamente, tre zone centrali e strategiche di una delle metropoli più importanti del mondo, coniugando visibilità ed efficacia politica della loro iniziativa ad un senso civico altrove sconosciuto, grazie al quale hanno saputo conquistare non solo il rispetto, ma anche la concreta solidarietà della stragrande maggioranza della popolazione, pur disturbata e forse anche danneggiata dalle difficoltà oggettive, viene davvero da pensare che comunque finirà siamo difronte ad un modello assolutamente nuovo, valido ed efficace. Soprattutto, esportabile.

Non so quanti paesi, quanti governi, quante città saprebbero reggere una prova del genere. “Occupy Wall Street” ha coinvolto poche migliaia di persone, rinchiuse in un parco e da lì rimosse senza tante storie dalla polizia a cavallo. “Occupy Tokyo” ancora meno: nel giro di poche ore i manifestanti (in questo caso poche centinaia) sono stati “convinti” dalla polizia a tornarsene a casa. In Italia non ci hanno ancora mai provato, ma è lecito immaginare che a Roma l’occupazione, pacifica o meno, non dico dell’intero centro da Piazza Venezia a Piazza del Popolo, ma anche solo di Piazza San Silvestro provocherebbe, nel giro di un’ora, l’intervento, violento e risolutorio, delle forze dell’ordine. Il governo non ci penserebbe due volte a dare l’ordine, la questura ad eseguirlo e soprattutto la gente comune se ne farebbe una ragione, anzi lo appoggerebbe. Grazie anche al fatto che da noi certe “manifestazioni” sono spesso la scusa per distruggere, danneggiare, saccheggiare.

Che differenza qui a Hong Kong. Dove molti genitori raggiungono nella pausa pranzo i loro figlioli nelle zone “liberate”, dove le associazioni di quartiere inviano due volte al giorno camionate di viveri e alcune catene di fast food (compresa McDonald’s, anche se non ufficialmente), invece di chiudere, offrono menù speciali e la libera frequentazione dei servizi igienici. E dove molti imprendori, alcuni pubblicamente altri in via riservata, finanziano in varie forme questo “movimento” di mocciosi, come l’ha definito, in uno dei suoi durissimi editoriali, il Quotidiano del Popolo.

Anche qui, per carità, il governo ci ha provato, i primi giorni, a risolvere la situazione con un paio di cariche ed il lancio, da queste parti pressoché sconosciuto, di lacrimogeni. Ma ha ottenuto l’effetto contrario. E’ stato primo autogol, seguito, ieri l’altro, dal secondo: l’improvviso annullamento dei primi colloqui ufficiali con gli studenti. E senza chiedere scusa. Più che la sostanza in Oriente conta la forma. Sono due errori che rendono irrecuperabile la riconquista del rispetto e della fiducia da parte della popolazione. Molto più gravi delle recentissime accuse di corruzione (50 milioni di dollari ottenuti da una azienda australiana) piombate sul governatore Leung Chun Ying, nelle ultime ore. Anche se potrebbero essere proprio quest’ultime a provocarne le dimissioni, facendo così contenti gli studenti. Ma potrebbe non bastare, a questo punto.

Sarà per l’ancora diffusa concezione inglese dell’ordine pubblico, del diritto sacrosanto di manifestare pubblicamente senza il rischio di essere caricati dalla polizia (a patto ovviamente che non si ricorra a forme violente di protesta): fatto sta che la reazione esagerata e ingiustificata della polizia ha enormemente aumentato la popolarità e l’immagine degli studenti. Non avete idea degli editoriali – anche sulla stampa conservatrice – delle trasmissioni tv, delle dichiarazioni di sostegno che si sono succedute dopo quella improvvida decisione. Perché sparare a casaccio i gas lacrimogeni su una folla di ragazzini inermi e armati di ombrelli, qui, non è una cosa normale. Pensate: un poliziotto, il giorno dopo, si è suicidato e 45, da allora, hanno chiesto di essere sollevati dal servizio e ottenuto di entrare in terapia psicologica. L’altro giorno in tv c’era un servizio che raccontava il dramma di alcuni poliziotti che, tornando a casa, vengono duramente contestati dalla famiglia per il modo in cui hanno trattato gli studenti. Che secondo un editoriale del South China Morning Post vanno addirittura ringraziati: “Avranno anche complicato la vita a qualche cittadino, ma di fatto, con il blocco del centro, l’aria della città è migliorata moltissimo. Abbiamo scoperto che a Hong Kong si può vivere tranquillamente, senza usare mai la macchina!”…

Tutto questo, a prescindere dall’esito politico della vicenda, rappresenta un insegnamento. “Dobbiamo tornare alle origini della democrazia, dell’agorà. Della piazza come luogo di discussione, di incontro, non di scontro – mi ha detto Joshua Wong, il giovanissimo leader di Scholarism, uno dei movimenti che gestisce l’occupazione – e questo possiamo farlo solo facendo attenzione ai minimi particolari. Dandoci un codice di comportamento rigoroso e condiviso. La violenza, anche solo verbale, chiama violenza. Educazione e correttezza suscitano invece rispetto e solidarietà. Per questo non insultiamo i poliziotti e per questo, ogni volta che arrivano gruppi di provocatori, ci mettiamo a cantare a squarciagola “Happy Birthday”, tanti auguri a te. Per questo siamo riusciti a creare questa atmosfera surreale, depenalizzando sul campo una iniziativa obbiettivamente illegale e trasformandola in una efficace azione politica”. Ha 17 anni, questo ragazzo. E’ stata sua l’idea di “occupare” il centro, chiedendo di mettere nello zaino oltre a libri e quaderni, asciugamani e spazzolino da denti. Giustamente, si è conquistato la copertina di Time.