Si sono alzati in piedi sui banchi di scuola, hanno lanciato appelli online e infine hanno attraversato in marcia il cuore della città. Sono gli studenti e i professori delle scuole di Bologna, dalle superiori all’università, che in 400 oggi hanno deciso di sfilare sotto alle Due Torri per protestare contro la riforma Giannini, “che vuole trasformare gli istituti in aziende”, e contro il Jobs act, “che diffonde il precariato cancellando i diritti”. Una manifestazione formata da 4 cortei, “uniti per combattere lo sfruttamento a scuola e al lavoro”: Rete degli studenti, presente in altre 100 piazze italiane, partito da piazza Maggiore dietro allo striscione “il futuro siamo noi”, i docenti del sindacato Cobas, “contro il precariato e i tagli all’istruzione”, gli universitari, partiti da piazza San Francesco armati di megafoni e striscioni “contro il governo, che invece di investire sul nostro futuro, investe il nostro futuro”. E infine i ragazzi delle superiori, che si sono dati appuntamento in piazza XX Settembre e che hanno deciso di aderire alla manifestazione per protestare contro il caro libri, il caro trasporti e in generale, contro il caro vita. “Le nostre famiglie sono già alle prese con la crisi economica – spiega Marzia, 17 anni – come fanno a mandarci a scuola se ogni anno aumentano i prezzi degli abbonamenti all’autobus e dei libri di testo? In più le scuole sono spesso senza le risorse necessarie per il proseguimento dell’attività didattica, tanto che il contributo volontario richiesto alle famiglie per sostenere i costi dell’istruzione finisce per diventare obbligatorio. Studiare è un diritto e non può ricadere solo sulle spalle dei nostri genitori”.

La protesta è iniziata all’alba, quando il coordinamento studentesco Link di Bologna ha murato le porte di Er.go, l’azienda regionale per il diritto allo studio, con sacchi della spazzatura e uno striscione: “Unibo mi costi un sacco”. Un blitz contro “una situazione di crisi e di mancanza di risorse per il diritto allo studio – spiega Irene Ricciuti, coordinatrice di Link Bologna – nonostante le nostre tasse universitarie”. Poi alle nove i quattro cortei sono partiti bloccando il centro storico di Bologna, con i collettivi e gli universitari che hanno lanciato vernice colorata contro Tper, la Deutsche Bank di via Marconi, e le pensiline degli autobus “contro lo sfruttamento a scuola e al lavoro”, e i ragazzi delle superiori, che hanno bloccato i viali, da porta San Donato a porta Santo Stefano, al grido “se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città”.

Due i temi all’ordine del giorno dei manifestanti. E il primo è la riforma della scuola. “E’ tutto fumo negli occhi – critica Alessandro Palmi, professore alle Aldini Valeriani di Bologna e delegato Cobas – il premier ha promesso fondi per stabilizzare i precari, ma nel piano economico finanziario non ci sono, le risorse destinate all’istruzione vengono nuovamente tagliate e si cerca di trasformare le scuole in aziende”. Il Cobas due anni fa aveva presentato una legge di iniziativa popolare “per una buona scuola”, ma il testo giace fermo alla Camera e al Senato. “Perché Renzi non ascolta chi nella scuola ci lavora? – si interroga Bruno Moretto del comitato Scuola e Costituzione – così stiamo proseguendo nella direzione tracciata dal governo Berlusconi”.

E poi, ovviamente, c’è il tanto discusso Jobs Act, “che non è certo la soluzione al precariato o alla disoccupazione – precisa Gianfranco Rotondo, studente di Giurisprudenza al terzo anno – Ci raccontano che con l’abrogazione dell’articolo 18 ci saranno più contratti a tempo indeterminato, ma cosa significa ‘tempo indeterminato’ se poi i padroni possono licenziare come e quando vogliono?”.

“E’ una strada senza uscita – spiga Marzia, seduta in piazza Santo Stefano dove i 4 cortei si sono ricongiunti a fine manifestazione – da un lato la scuola continua a essere svuotata di risorse, e dall’altro lato c’è il Jobs Act, che precarizza chi non era precario e cancella quelle poche garanzie per chi ha il posto fisso. Quale futuro resta ai giovani?”.