PikettyVi ricordate Alexis Tsipras? Il greco è storia vecchia, per la stagione autunno-inverno la sinistra italiana ha scelto un altro campione, anche questo importato: Thomas Piketty.

Ora che la Bompiani ha finalmente tradotto il suo “Il capitale nel XXI secolo”, uscito in Francia nel 2013, l’economista della parigina Ehess può diventare ufficialmente un personaggio della politica italiana (e dunque un ospite dei talk, ieri sera da Michele Santoro). Ha le stesse caratteristiche che hanno reso popolare Tsipras: sulla quarantina, capello corvino, spalle larghe, camicie aperte e niente cravatta, inglese ruspante e – a tratti – incomprensibile. Alla Camera, ieri, Piketty sembrava l’ultimo argine contro l’avanzata del renzismo culturale (quello del Tina, There is no alternative, non c’è alternativa). Il deputato Pd Stefano Fassina, assai poco renziano, ha portato Piketty a Montecitorio: in sala oltre 400 persone, presenza obbligata per chi voleva marcare la distanza dal premier nei giorni dell’articolo 18. Massimo D’Alema è in prima fila, Gianni Cuperlo in piedi, Corradino Mineo nelle retrovie a commentare il libro (che lui, sottolinea, ha anche letto). C’è pure Renato Brunetta, compiaciuto di interloquire con il “collega Piketty”.

Stefano Fassina spiega che il lavoro di Piketty è importante perché smonta l’idea della trickle down economics, lo sgocciolamento del benessere dai ricchi che si arricchiscono ai poveri che diventano un po’ meno poveri. Nelle analisi dell’economista francese, invece, la disuguaglianza è destinata a crescere sempre: la ricchezza finanziaria cresce sempre più rapidamente dell’economia reale (e quindi dei salari), alla faccia dei rendimenti decrescenti predicati da Karl Marx, predecessore che in vita ha avuto assai meno successo di Piketty. L’oratoria non è la dote migliore dell’economista francese, che è uomo di numeri e serie storiche (contestate dal Financial Times, che ha trovato alcuni errori). Ma il messaggio arriva chiaro: la ricchezza dei privati era poco più di due volte e mezzo il reddito nazionale negli anni Settanta ed è arrivata a oltre sette volte all’inizio della crisi finanziaria. Solo nel breve intervallo tra la Seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta del liberismo reaganiano (e thatcheriano e craxiano) la disuguaglianza è diminuita. Ma gli ideali socialdemocratici e le politiche di welfare state non avevano domato la spinta del capitalismo a polarizzare la ricchezza, semplicemente si erano create condizioni irripetibili: spesa pubblica post-bellica, fortune spazzate via dalle bombe e dagli stravolgimenti politici, grandi opportunità di lavoro nella ricostruzione. Ora siamo tornati a una struttura ottocentesca, dove conta più un buon matrimonio che una buona università.

Numeri e slide non bastano a spiegare la presa di Piketty sulla sinistra del Pd. A guardare i leader che lo ascoltano si capisce che è più una questione di linguaggio: il professore può pronunciare parole come “patrimoniale” e “redistribuzione” che a Roberto Speranza o Pier Luigi Bersani ormai sono proibite. Si avverte un brivido in platea ogni volta che Piketty dice “imposte progressive”. Gli ex comunisti triturati dal renzismo escono con un sorriso di beatitudine. Unica polemica: l’economista Veronica de Romanis: “Professor Piketty, trova normale che in un convegno sulla disuguaglianza tutte le prime file siano riservate ai politici, lasciando gli spettatori normali in piedi?”. E lui: “Sono desolato”.

Twitter: @ stefanofeltri

il Fatto Quotidiano, 10 Ottobre 2014