“Non accetto che l’episodio accaduto al quattordicenne a Napoli in un autolavaggio venga definito ‘bullismo’. Questa è violenza. Violenza pura! Quanto è accaduto a un minore quattordicenne, ‘colpevole’ di essere grasso, è indegno per una società civile“. Sono le parole indignate dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Vincenzo Spadafora, a seguito dell’episodio verificatosi nel napoletano. Le sottoscrivo in toto, condannando le minimizzazioni dell’accaduto.

Dissento anche da coloro che offrono giustificazioni per il comportamento di questi giovani che purtroppo appartengono alla mia terra natale. Pure Spadafora ha affermato che: “Il degrado socio-culturale degli ultimi anni insieme alla crisi di valori e all’assenza dello Stato stanno producendo una deriva inaccettabile“, ma è diverso giustificare i tre rei per il contesto nel quale vivono: suona come beffa per l’adolescente vittima di questi adulti, che sta soffrendo in modo atroce e porterà le conseguenze di questo gesto altrui per tutta la vita.

E si tratta di beffa anche per chi dice no alla violenza pur essendovi vissuto in mezzo. Milioni di persone hanno vissuto in situazioni di degrado o in famiglie disfunzionali di qualsiasi ceto, ma si sono impegnate per condurre una vita dignitosa e non fanno male a nessuno. Ci sono anzi tante persone cresciute in contesti di abuso nelle quali scatta un senso di protezione per un ragazzino in condizione di inferiorità fisica, numerica o psicologica come lo sono stati loro alla sua età. Viceversa ci sono giovani cosiddetti “di buona famiglia” che violentano o aggrediscono gli altri per puro divertimento o per affermare sé stessi.

Da insegnante sempre a contatto con i giovani e come volontaria in una associazione di tutela delle persone svantaggiate so bene che oltrepassare i limiti passa anche attraverso la volontà, perché, se non si tratta di pura follia o di reazione a fatto ingiusto altrui (che genera un forte stato d’ira che fa perdere momentaneamente la ragione), c’è un momento in cui decidiamo di andare oltre e lo facciamo scientemente.

Quanto alla riduzione di tutto a scherzo finito male, come lo hanno definito i parenti dei perpetratori, noto che già scoprire sotto la cintola una persona in luogo pubblico si configura eticamente (e legalmente) come violenza sessuale, e la penetrazione con qualsiasi oggetto è stupro, cosa che sicuramente chi perpetra il gesto sa, quantomeno perché non vorrebbe esservi sottoposto egli stesso, quindi non si capisce quale parte dell’azione di cui stiamo parlando sarebbe uno scherzo.