Non è un bel periodo per i sindacati, ma stavolta non è colpa della sufficienza che gli riserva il governo Renzi. La notizia arriva dalla Puglia ed è di quelle che fanno male. Un altro caso di furto delle quote di iscrizione dei pensionati. L’importo non è ancora chiaro ma c’è chi ipotizza un ammanco a sei zeri. La vicenda ha investito la segreteria regionale Spi Cgil a Bari a luglio dell’anno scorso come ipotesi di irregolarità contabili, ora però emergono le sue reali proporzioni. Il sindacato ha cercato di circoscrivere il problema, preso poi atto della gravità della situazione ha assunto le contromisure del caso disponendo il licenziamento della responsabile amministrativa e l’allontanamento del segretario regionale e dei suoi tre collaboratori che nella sede barese avevano speso gran parte dell’attività professionale. Le loro posizioni sono ora al vaglio degli inquirenti perché lo Spi ha depositato anche una denuncia alla Procura di Bari che, in collaborazione con la Guardia di Finanza, sta portando avanti indagini, perquisizioni e interrogatori.

Non è la prima volta che sul Sindacato pensionati italiani (Spi Cgil) si abbatte un fulmine che brucia la fiducia degli iscritti e contribuisce ad alimentare la diffidenza verso le organizzazioni del lavoro in genere. Un analogo scandalo ha investito proprio l’anno scorso la sede di Piacenza. Quattro dirigenti e un dipendente sono stati accusati di aver manipolato il software per iscrivere indebitamente al sindacato degli ignari anziani. Addirittura di prelevare la quota di iscrizione direttamente dalle loro pensioni. L’indagine era scattata nel 2009 su segnalazione dei pensionati stessi che si erano ritrovati iscritti a loro insaputa, senza averne mai manifestato l’intenzione. A giudizio sono finiti Franco Sdraiati, ex segretario provinciale Spi, Nicola Gasbarro, già segretario organizzativo del sindacato pensionati Cgil; Anna Maria Nicocia, componente della segreteria dello Spi; Loredana Riva, ex direttrice del patronato Inca; Edgardo Musselli, operatore della Lega Spi-Farnesiana.

L’epilogo è stato scritto proprio il mese scorso con una sentenza di assoluzione che ha sorpreso ma non rasserenato gli animi o diradato le ombre. Nel corso delle indagini i carabinieri avevano infatti accertato che effettivamente 129 persone erano state iscritte a loro insaputa al sindacato che mensilmente tratteneva le loro quote. Ma durante le udienze del dibattimento era emerso che non era possibile stabilire con “precisione e certezza” chi fra loro avesse materialmente effettuato le false iscrizioni a causa delle complicate procedure informatiche. Così il 25 settembre scorso il giudice Maurizio Boselli ha accolto la richiesta di assoluzione formulata dal pm per tutti e cinque gli imputati. Decisivo anche il fatto che 78 persone durante il processo avessero ritirato la querela, cui se ne sono aggiunte altre 22 cui lo Spi ha restituito il denaro.

Per questo c’è stata anche una coda polemica. La Cgil regionale e nazionale sono state accusate pubblicamente di coprire lo scandalo proponendo un “accordo indecente” ai danneggiati. A denunciarlo l’ex segretario della Camera del Lavoro di Piacenza, Gian Franco Dragoni, che ha scritto una lettera aperta a Susanna Camusso in cui invitava gli organi nazionali del sindacato a prendere contromisure e alzare il velo di omertà calato sulla vicenda. Dragoni puntava il dito contro le decisioni di non costituirsi parte civile, di non allontanare neppure temporaneamente i quattro sindacalisti e l’impiegato e di proporre un risarcimento “o meglio la restituzione del maltolto” agli anziani truffati in cambio del ritiro della querela.

Epilogo incerto anche per il caso barese che è altrettanto scottante, ma in parte diverso. Intanto perché ad accorgersi dell’ammanco sono stati gli organi di controllo dello stesso sindacato. E poi per la reazione energica contro i presunti truffatori, alcuni licenziati in tronco, altri espulsi dalla commissione nazionale di garanzia e poi denunciati all’autorità giudiziaria. Certo l’imbarazzo è palpabile. Il segretario regionale Giovanni Forte al telefono si mostra ancora reticente: “C’è un’indagine penale in corso”. Ammette che c’è stato un problema ma non fornisce dettagli, non fa nomi, non accenna ad importi, si rifiuta anche di fornire i nominativi dei legali del sindacato che stanno seguendo la vicenda. Del resto quando trapelarono le prime indiscrezioni sui quotidiani locali, a luglio dello scorso anno, si limitò a dire che “non c’è nulla di strano, da quello che mi risulta c’è un’ispezione, ma è un’attività normale per la Cgil”. In realtà la magagna internamente era già esplosa, tanto che il lunedì successivo lo Spi Cgil avrebbe provveduto alla nomina del nuovo segretario.

Comunque sia è toccato a Giuseppe Spadaro, già segretario generale Spi Puglia prendere il posto che fu di Vincenzo Valentino, espulso dal comitato garanti della Cgil nazionale insieme all’amministratrice e alla responsabile dell’organizzazione. Spiega che sulle prime gli ispettori si erano concentrati su un ammanco di 25-30mila euro dal conto corrente dell’organizzazione riferibile alla contabilità dell’anno prima. “Dalle ulteriori verifiche si è poi capito che il problema era ben più grave e che le irregolarità si protraevano da diversi anni”. Addirittura dal 2006-2007. Quindi per almeno 5 anni, magari più, i responsabili del conto corrente su cui vengono girate le quote degli iscritti avrebbero prelevato somme a piacere, del tutto indisturbati. Ancora oggi non è stata definita la sostanza dell’ammanco che sarebbe però rilevante. Lo Spi in Puglia conta infatti più di 160mila iscritti ed è una delle categorie che sviluppa più movimento contabile e di liquidità. In cassa, tramite la convenzione di rimessa dell’Inps, arrivano mediamente 580-600mila euro l’anno. Un tesoretto che dovrebbe servire per le attività del livello provinciale, dei territori e delle “leghe” e che pare sia stato svuotato di somme che ora si dovranno quantificare al centesimo.