Ore undici e quaranta del mattino, è giovedì, stazione ferroviaria di Bologna. L’incontro con i Subsonica rivela immediatamente i loro caratteri: Samuel, cantante, ha i segni del cuscino sul volto, difficile nasconderli; Max, chitarrista, il più adulto del gruppo, è lì solido, attento, guarda, indica, utilizza un tono pacato, controlla ogni refolo di vita. Davide, detto Boosta, il tastierista, non pervenuto, sale sul treno poco prima della partenza. E sorride. Nessuno si era preoccupato per lui, tutto sotto controllo. Non sono, non si sentono, non si atteggiano a divi. “Vuoi un aneddoto per capire come e perché manteniamo i piedi a terra?”, inizia Boosta. Perché no. “Ieri eravamo a Carpi, a pranzo ci fermiamo in un’osteria. Dopo un po’ arriva una ragazza e ci dice: ‘No, fantastico avervi qua, stupendo, siete grandissimi, posso chiedervi una foto? Siete troppo bravi… ma che gruppo siete?’”. Sono il gruppo numero uno in classifica con Una nave in una foresta, diciotto anni di sodalizio, sette album in studio, centinaia di concerti, anche un Sanremo “ma scesi dall’Ariston siamo andati a suonare al Leoncavallo davanti a 11mila persone”, chiarisce Max. Per carità, meglio sottolineare subito le differenze.

Voi siete di Torino. In questi anni come è cambiata la città?

Max: Negli anni Novanta c’è stata una riconversione, una riprogettazione per mano di una borghesia illuminata, anche onerosa sul piano economico e strutturale con migliaia di metri cubi riconvertiti. Quel tipo di generazione a distanza di vent’anni ricopre ancora dei posti chiave e probabilmente non è più così in sintonia con il cambiamento legato al momento storico. Oggi si pagano i conti. Però c’è stata una riattivazione culturale.

Tu Max, sei nato nel 1963, sei cresciuto in anni considerati difficili…
Negli anni Ottanta Torino era una città invivibile. I giovani avevano solo due chance: o fuggivano via o si infilavano un ago nelle vene.

Quella dell’ago è metafora o realtà?
Samuel: Molti nostri amici lo hanno fatto, qualcuno ci è rimasto.
Max: L’innesco culturale è stato quello dei giovani che hanno mutato anche le condizioni di vita della città, a partire dagli orari, un tempo nei ristoranti le cucine chiudevano alle nove di sera, ora è un’altra storia. Anzi, oramai aprire un locale sembra uno dei pochi obiettivi che un ragazzo può intravvedere per il suo futuro.

A volte apparite come un ossimoro: sul palco picchiate duro, fuori dal palco siete molto attenti e pacati…
Boosta: Spero sia complementare, non schizofrenica.
Samuel: Noi cerchiamo di raccontare il presente, quello che ci circonda, e per farlo dobbiamo anche guardarlo e interiorizzarlo. Quando mettiamo in piedi il nostro lavoro, ci imponiamo di ragionare su tutto quello che avviene, lo analizziamo nel suo complesso. Poi sul palco esce fuori l’amore per la fisicità, il piacere di sentire i corpi muoversi all’unisono.
Boosta: Ci sono due o tre peculiarità in questo ragionamento: una responsabilità nei confronti dei fan e il rispetto dei fatti. Siamo persone curiose, non amiamo gli slogan, ma non ci siamo mai tirati indietro nel rappresentare le nostre idee.
Max: Rispetto alla Torino-Lione ci siamo detti contrari da subito, anche se abbiamo rifiutato i benefici da gruppo sloganistico anni Novanta, benefici un tempo importanti, che però ti ingabbiavano in un ruolo che, su argomenti politici, prevedeva la scrittura di canzoni con il pilota automatico. Ma attenzione: non siamo mai stati affascinati dall’estetica della violenza.

Voi sul palco non parlate molto…
Samuel: Vero, però durante le guerre dei Bush, o dopo il G8, la nostra opinione l’abbiamo espressa, ma non come gruppo, più come cittadini con la fortuna di avere un pulpito.
Boosta: Quando ci sono questioni da raccontare si raccontano, e i nostri diciotto anni insieme qualcosa dimostrano, dove siamo andati e dove no, cosa abbiamo detto e cosa taciuto.

Riconoscete ancora tutte le vostre canzoni?
Samuel: Sì, sì, le nostre sono sempre state e sono delle fotografie istantanee (Istantanee è anche il loro primo singolo) di quello che accade, quindi come puoi mutare una foto? Max: Non c’è niente di antistorico, se dovessimo mettere mano a un testo sarebbe dal punto di vista estetico, perché tendiamo a scegliere parole molto musicali, anche troppo.
Boosta: Se poi vuoi sapere se abbiamo scritto anche dei pezzi brutti, beh a volte sì. Samuel: Resta il nostro metodo di lavoro: assolutamente maniacale, ogni composizione passa attraverso molti setacci, anche da giovani abbiamo evitato tanti errori grazie all’esperienza di Max.

Berlinguer diceva: “Sono un uomo fortunato, perché sono diventato grande, ma fedele ai miei ideali da giovane…”
Boosta: Ho un 2.0 di questa frase: penso di continuare a fare musica e comporre fino a quando avrò qualcosa da dire, nel caso opposto mi toglierò dai coglioni, è una questione di onestà. Poi nella politica ci sono delle infatuazioni, momenti in cui pensi possa accadere qualcosa, quindi ti avvicini, punti al dialogo, poi vieni sistematicamente bruciato dagli eventi. Più volte ho creduto al Pd, più volte sono stato tirato in mezzo, alla fine il risultato è stato sempre quello di ottenere una manciata di voti in più. E basta. Non sono per la classe politica in quanto mestieranti, persone della società civile hanno dimostrato di saper far bene, specie se si occupano del proprio ambito, Davide Mattiello (vice di don Ciotti a “Libera”), è perfetto nella commissione antimafia.
Samuel: Rispetto ai miei vent’anni è cambiato il mondo, sono rimasto simile nella ricerca della condivisione culturale e sociale, purtroppo sento un po’ meno di fiducia nella politica: le promesse del 1992 sono disattese e colpiscono i miei ideali.
Boosta: Vedete, voi del Fatto state combattendo una battaglia fondamentale sulla Costituzione, e c’è un paradosso enorme tra la società italiana e quest’approccio al golem della politica, perché parliamo di una Carta chiave, perfettibile per carità, però manipolata negli anni da qual tipo di sottocultura italiana, un danno enorme che oggi ritroviamo in ogni ambito, da quello famigliare a crescere.
Max: Sono stato costretto a diventare giovane dopo, io ho vissuto l’ultima fase di Lotta Continua, della lotta armata, l’eroina, sono nato sotto le macerie di un mondo che crollava, mi sono espresso artisticamente in un periodo no future. Dove il nichilismo era l’unica scialuppa di riconoscibilità razionale, in una città che non offriva niente, o mortificava ogni iniziativa, per cui sono diventato idealista dopo, ma sono contrario a ogni visione che non preveda qualcosa di possibile, fattibile o costruttivo.

Max, cosa leggevi da ragazzo?
Negli anni Settanta da Siddharta a Hesse, negli Ottanta sono andato sull’esoterismo, ero dark.

Sei mai partito per viaggi ispirati da qualcuna delle tue letture esoteriche?
Max: Al massimo sono andato a dormire sul Musinè con i miei amici dark, circondati da vipere. Una sera sentiamo delle voci, ci preoccupiamo, ci domandiamo cosa potesse essere, ma poco dopo appaiono tre ragazzi sotto l’effetto di anfetamine che avevano scalato il monte in venti minuti quando noi avevamo impiegato almeno un’ora. Ci guardiamo e capiamo quanto conta la suggestione…

A Torino l’esoterico, il satanismo hanno una storia antica…
Boosta: Credo sia l’unica città in Italia con una sezione della polizia dedicata proprio ai crimini occulti.

Vi ha mai affascinato l’argomento?
Samuel: No, però ho visitato la città sotterranea.
Boosta: Ho letto di Rol, ho visto la sua casa, mi sono seduto sulla sedia di Kennedy, ho stretto lo scettro di Napoleone.
Max: Della Torino esoterica abbiamo ereditato una stretta osservanza dell’astrologia, la signora che cura i nostri conti è anche astrologa e in più di un’occasione abbiamo tarato l’uscita dell’album a seconda del quadro astrale.

La vostra politica sui concerti prevede biglietti a costi bassi…
Boosta: Per noi la questione è sempre stata molto semplice e chiara: la musica negli anni è cambiata per fruizione, non certo per intensità, ora modi per ascoltare ce ne sono tanti, ma assistere dal vivo è un’altra cosa, è il momento esclusivo che va vissuto, e noi vogliamo offrire la possibilità di poter scegliere se andare o no, e il prezzo non può essere una ghigliottina.
Max: La soluzione è complessa: per mantenere questi prezzi, e continuare ad avere un’ambizione tecnico-scenica di livello europeo, abbiamo deciso di intervenire sulla struttura, quindi negli anni è stato costruito un nostro gruppo di lavoro.

Quanta gente ne fa parte?
Samuel: Con le cucine siamo a 54 persone, quelle strette sono una decina. Quando partiamo in tour le economie sono da azienda, con una grande responsabilità nei loro confronti. Max: Il brutto è che in Italia alcune professionalità non vengono neanche riconosciute, ad esempio chi monta il palco è classificato come operaio edile. Non solo: in Italia i locali dove si suona devono rispettare delle normative troppo rigide. Altra storia in Francia.
Boosta: In Italia mancano i luoghi medi, si passa da strutture piccole, piccolissime a palazzetti arrangiati.
Max: C’è un problema anche di questione normativa e legislativa, oltre che culturale. Vuoi un esempio? Un anno andiamo a Jesolo, entriamo nel palazzetto e troviamo una struttura in cemento. Brividi. Iniziamo il soundcheck e scopriamo una condizione perfetta, grazie a delle stanze vuote, studiate ad hoc, con dentro dei pannelli fono-assorbenti per intrappolare le basse frequenze. Così decidiamo di far partire il tour successivo proprio da lì. Arriviamo. Un disastro. Il nostro fonico entra nella stanza e scopre i pannelli smontati: i tifosi si erano lamentati perché il loro incitamento era smorzato.

Qualcuno dei vostri colleghi non sarà felice per la politica sui biglietti.
Samuel: Rappresentiamo una storia totalmente a parte, noi abbiamo costruito una struttura su misura, siamo forse tra gli unici a occuparsi dell’organizzazione anche del concerto, controlliamo tutta la filiera.

Siete degli anti-rottamatori, avete riesumato i Righeira, amate Battiato e sognate Conte…
Max: Il ragazzo inglese che inizia a suonare ha a disposizione un patrimonio enorme con il quale confrontarsi, e che gli dà stimolo e forza. Mentre in Italia con il ’68 e gli anni Settanta, si sono recisi troppi legami con il passato.

Selfie, autografi, gli occhi delle persone addosso. Facile perdersi.
Samuel: Alcuni intorno a noi hanno perso il contatto con la realtà, noi no: questa realtà ce la siamo costruita pezzo a pezzo, con ore passate davanti al mixer o al dizionario.

Il dizionario?
Max: Sì, certo, per cercare la parola giusta. Sfogliamo anche libri, riviste, motori di ricerca. Boosta: Torno alla questione della riconoscibilità. Anche in questo caso Torino, il suo ambiente, conta: il suo essere sabauda, quella sorta di cortesia sobria, dove la popolarità non è esasperata. Quando cammini al massimo qualcuno ti può salutare o sorridere, ma niente di più. E poi la nostra presunta popolarità non è televisiva né mediatica, non siamo da tabloid, non siamo massivi.

Si racconta che la vostra popolarità l’avete scoperta una sera a Roma in un posto chiamato “Il Locale”.
Samuel: Erano i primi periodi che uscivamo dal Piemonte, e per l’occasione avevamo investito i nostri risparmi, otto milioni, per un Ducato bianco. Partiamo, guido io, e sbaglio strada: invece di andare verso Genova prendo la direzione Savona. Non solo, buchiamo due volte! Così arriviamo a Roma alle nove di sera, con tutti i ristoranti pieni e i tavolini fuori. Siamo stati costretti a far alzare tutti, con Daniele Silvestri e Max Gazzè che ci aiutavano. Poi giriamo l’angolo del Locale e troviamo la via imballata di gente e il pubblico pronto a formare una catena umana per trasportare l’attrezzatura.
Max: Roma è stata la nostra città d’adozione grazie alla scena musicale di quegli anni.

Il Ducato bianco è stata la vostra prima casa da musicisti professionisti…
Boosta: Dopo il primo anno e mezzo di concerti siamo andati a comprarci un furgone vero, un Iveco poi sistemato da un fabbro con un letto sopra, il televisore, il videoregistratore, la consolle. L’unica pecca era che Max ci costringeva a sorbirci dei film pesanti tipo A come Andromeda.

Capitolo donne…
Boosta: A tratti ci hanno interessato (e scoppia a ridere).
Samuel: Siamo un gruppo rigidissimo, non ci piacciono gli assoli, i protagonisti, ma durante le prime due tournée ci siamo ritrovati tutti e tre tristissimi perché tutti e tre mollati dalle compagne. I viaggi in furgone erano da lacrime. Così abbiamo infranto la regola del no-assolo con una piccola eccezione: se c’era una che ci piaceva, bastava un segnale ed erano concesse quattro battute in solitaria. Cercavamo riparo dalle tempesta affettiva tra le braccia di qualcuna.
Max: Chi fa musica è perché è timido o disadattato. E se lo sei, quando scendi dal palco hai uno sprint in più.

Sei timido o disadattato?
Max: Assolutamente disadattato. E timido. Ma una sera vedo una ragazza, mi colpisce tantissimo, scendo, mi presento, le regalo una battuta orribile sul suo nome e scopro che non ci conosceva neanche. Però è diventata mia moglie.

Siamo arrivati a Roma, il fischio del treno c’è ancora, nonostante l’alta velocità. Io scendo. Loro proseguono. Sono le 13 e fuori è un giorno fragile ma tutto qui cade incantevole, parole e musica dei Subsonica.

Twitter: @A_Ferrucci

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 6 ottobre 2014