Ero alla prima riunione degli autoconvocati delle scuole di Roma – precari, coordinamento delle scuole, assemblea delle scuole di Roma, genitori, studenti, Rsu di varie sigle sindacali – il primo settembre scorso, a decidere come/cosa fare per ripartire dopo la grande mobilitazione del luglio precedente contro il Piano Reggi.

La situazione non era delle migliori: per tutto il mese di agosto si erano seguite dichiarazioni del premier e del ministro dell’Istruzione – oltre alla scandalosa gestione della Quota 96 – che non lasciavano sperare nulla di buono. Tramontato l’ennesimo tentativo di regolare l’orario di lavoro eludendo il contratto, eravamo certi che – anche per il continuo annuncio di un’imminente riforma – non solo la partita non fosse chiusa. Ma – persino – che ci attendesse qualcosa di peggio.

Fu in quell’occasione che convergemmo unanimamente, al di là delle singole appartenenze, sulla data del 10 ottobre, che considerammo tanto più significativa perché anche gli studenti avevano annunciato per quel giorno una mobilitazione. Fu in quell’occasione che inviammo ai vari coordinamenti con cui siamo in contatto la proposta: sciopero.

Non avevamo torto: il 3 settembre ecco la Buona Scuola, il documento di riforma targata Matteo Renzi: un progetto che (tra un tweet, un’elusione dei percorsi democratici e condivisi, la demagogia dell’annuncio di assunzioni di cui non si conosce la praticabilità, una consultazione online manipolabile e commissionata ad agenzie che dipendono dal Governo) si configura come lesione grave alla libertà di insegnamento, cessazione della democrazia scolastica, umiliazione della professionalità e della dignità dei docenti e del diritto all’apprendimento degli studenti, esasperazione delle prerogative del dirigente scolastico, rottura dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale, privatizzazione della scuola di tutte e di tutti.

Un pesante tassello dello smantellamento della democrazia nel nostro Paese, che – insieme alle riforme costituzionali, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro, all’attacco alla magistratura, alla violazione intenzionale ed insistita di procedure democratiche, alla delegificazione – configura uno stato di emergenza rispetto al quale studenti e docenti uniti devono reagire con convinzione.

È per questo che – sulla scia del modello già praticato nel 2012 (quando Profumo proponeva l’aumento di 6 ore dell’orario di lavoro a parità di salario e il Pd era lanciatissimo sul rilancio del pdl Aprea Ghizzoni) – abbiamo aderito alla giornata del 10: non solo manifestazione di studenti, ma sciopero e manifestazione delle scuole, unità di studenti, lavoratori e genitori. Una risposta unitaria e trasversale anche alle sigle sindacali che continuano ad arrancare in un minuetto di tentennamenti, principi traditi o parzialmente traditi, indizioni di scioperi tutti in giornate differenti, con l’evidente perdita di vista dell’interesse generale e del sacrificio ulteriore che, in tempi come questi, costa una giornata di astensione dal lavoro: non più strumento (e lo stiamo ormai comprendendo in molti) dei movimenti in difesa della scuola di tutte e di tutti.

Le nostre energie sono oggi concentrate sulla riuscita di questa giornata di mobilitazione, che non consideriamo altro che l’inizio di un percorso che ci vedrà tornare a lavorare nelle scuole, organizzando assemblee di lavoratori, studenti e genitori, esattamente come ci chiede questo governo. Infatti, con un atto che non ha precedenti, tramite una nota degli Uffici Scolastici Regionali, si invita a prendere visione della comunicazione del Miur 2 ottobre, firmata dal capo dipartimento Luciano Chiappetta, che si intitola Campagna di Ascolto, consultazione e settimana della Buona Scuola, con cui viene “stimolata la partecipazione di tutte le componenti scolastiche e sociali alla consultazione popolare sui contenuti del Documento” (…) “che rimette al centro del dibattito nazionale l’istruzione“.

“Il Miur invita a inserire sul proprio sito il banner e ad associarlo all’indirizzo www.labuonascuola.gov.it“. “E’ la prima volta che nel nostro Paese si fa un percorso di questo tipo. Tutto il corpo scolastico può concorrere al suo successo riprendendosi lo spazio che spetta all’istruzione nel dibattito pubblico del Paese”: demagogia allo Stato puro.

Questi signori ignorano che dibattito significa interlocuzione dialettica. Loro “invalsizzano” la partecipazione, proponendoci un percorso pre-definito sul quale segnare solo crocette, ignorando democrazia e approcci critico analitici.

Ma – obbedienti al loro appello (“Ogni collegio dei docenti, consiglio di istituto o di classe può ospitare un confronto sulla Buona Scuola“) e in questo senso molti collegi si sono già attivati per produrre delibere contrarie al piano – potremmo adoperarci per informare le scuola che esiste un disegno di legge in Parlamento che propone gli articoli della legge di iniziativa popolare che nel 2006 raccolse 100mila firme e fu scritta da studenti, docenti, genitori, cittadini in ascolto e condivisione reale.

Ecco, potremmo sforzarci di far sapere che, mentre il governo usa i propri potenti mezzi (con la collaborazione di quasi tutti i media) per scavalcare il Parlamento e raggranellare consenso a colpi di tecnodemagogia, noi siamo presenti con un iter legittimo ed istituzionale con un dispositivo di legge che, pur nella sua perfettibilità, raccoglie il dettato costituzionale, marcando una differenza enorme con il progetto in salsa modernista del nuovo che avanza per trasformare la scuola istituzione dello Stato in un’agenzia di servizi a domanda individuale.