Prostituzione, commercio di sostanze stupefacenti e contrabbando di sigarette valgono circa 14,3 miliardi di euro, lo 0,9% del prodotto interno lordo dell’economia italiana; si arriva a 15,5 miliardi sommando “l’indotto”. In termini di consumi – secondo l’Istat – la spesa delle famiglie per l’acquisto di prodotto e servizi illegali si attesta a circa 17 miliardi di euro, con un peso dell’1,7% sul complesso dei consumi finali. I consumi di stupefacenti sono stimati in 12,7 miliardi di euro, di cui circa la metà attribuibili al consumo di cocaina e un quarto dei derivati della cannabis. La prostituzione genera da sola un valore aggiunto di poco superiore ai 3,5 miliardi di euro, mentre la spesa “per i consumi finali” è stimata in circa 3,9 miliardi. Davanti alla Commissione Antimafia il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha elencato voce per voce il conto economico delle attività illegali, che con il nuovo sistema di rilevazione rientrano nelle stime del Pil, fanno parte cioè della ricchezza prodotta dalla nazione.

A livello europeo si è scelto, infatti, di non distinguere più il lecito dall’illecito ai fini della contabilità nazionale. E il nuovo regolamento è finito sul banco degli imputati davanti alla Commissione. La presidente Rosy Bindi ha avanzato ufficialmente la richiesta di tornare al vecchio sistema di rilevazione: “Noi – ha detto – consideriamo che le attività illegali sottraggano denaro, non lo portano. Le mafie costituiscono un impoverimento del Paese non un arricchimento”. Il regolamento di Eurostat, ha spiegato Alleva, “adotta il criterio di includere soltanto le attività illegali basate sul concetto di consenso volontario che si esplicita in un mutuo accordo tra i soggetti coinvolti nella transazione”. E Bindi ha contestato proprio questo concetto di volontarietà: “Come si fa a dire – ha sottolineato – che sono frutto dell’incontro delle libere volontà?”.

Tanto più che emergono, come ha spiegato lo stesso presidente dell’Istat, differenze tra i vari Paesi europei: si va da un’incidenza delle attività illegali sul Pil dello 0,1-0,2% in Francia, Germania e Danimarca, fino allo 0,7-0,9% in Italia, Regno Unito, Portogallo e Spagna. La Francia non ha finora incluso la prostituzione ritenendo che non sia rispettato il principio dello scambio volontario e anche per la parte droga le stime appaiono ispirate allo stesso principio.