Cook Inlet, baia naturale di Alaska al largo della città di Nikiski. La mattina del 2 ottobre 2014 si incendia una piattaforma di nome Baker da cui la ditta Hilcorp Alaska estraeva gas naturale.

Tutti e quattro i lavoratori sulla piattaforma sono stati evacuati in tempo, nessuno si è fatto male e per fortuna non ci sono stati sversamenti in mare, ma c’è voluto tutto il giorno per estinguere l’incendio con fiammate e fumo nero che hanno riempito i cieli puliti dell’autunno d’Alaska. 

La petrolizzazione del Cook Inlet iniziò nel 1957, con la scoperta di un primo giacimento di petrolio che portò entusiasmo e ottimismo alla zona. E così, pian piano l’intera baia fu riempita di trivelle.

La Baker platform, quella che si è appena incendiata, fu installata nel Cook Inlet nel 1965 dalla Unocal, la stessa ditta responsabile dello scoppio della Platform A al largo di Santa Barbara nel 1969. La Unocal fu poi acquisita dalla Chevron, che nel 2012 cessò le attività petrolifere dalla Baker, presumibilmente perché il petrolio era finito. E così subentrò la Hilcorp, una ditta minore che decise di estrarre dalla piattaforma Baker quel che restava, appunto il gas naturale.

E’ troppo presto per decidere che ne sarà della piattaforma incendiatasi e se potrà essere risistemata e tornare in attività.

Quel che si sa però è che nel Cook Inlet ci sono circa sedici piattaforme, di cui dodici ex Chevron ora della Hilcorp. Sono tutte a circa 7-8 miglia da riva. Si sa anche che non è la prima volta che accadono incidenti del genere qui. Oltre l’incendio di Baker di qualche giorno fa infatti ce ne fu un altro nel 2002 presso la piattaforma detta “Re Salmone” e un altro ancora nel 1987 sulla piattaforma “Steelhead”

Nel caso della Steelhead platform ci fu una perdita di gas che causò un’incendio mentre si cementificavano le pareti del pozzo. Si cercò di tappare il pozzo con i fanghi di performazione ma il gas invece prese fuoco. L’incendio durò incontrollato per una settimana – anche qui non ci fuorono feriti. Le fiamme distrussero buona parte della piattafroma e nel corso dei sei mesi successivi ci furono altre due scoppi. La King Salmon platform invece causò ustioni a quattro persone mentre installavano tubature nuove.

Fanno tre piattaforme incendiatesi su sedici, quasi il 20%, in circa 25 anni di trivelle.

E se si guarda un po più indietro nel tempo, ci fu anche lo scoppio del 1962, quando la Amoco Inlet platform gas bruciò per l’intero inverno.

O ancora lo scoppietto della vicina Grayling platform che non prese fuoco ma che nel 1985 sputò gas e acqua per un mese intero, fino ad arrivare a 300 metri di altezza senza che nessuno sapesse cosa fare.

La stampa non ha dato molto risalto all’incendio della Baker platform, ma i numeri ed il passato parlano chiaro: i rischi di scoppi, incidenti, incendi e problemi esistono sempre e comunque. 

E infatti il Cook Inlet Regional Citizens Advisory Council (Circac), l’ente che si occupa di monitorare la zona ha anche un sito web con la pagina dedicata: “Incidenti attivi“, come dire, sono anche preparati sul web per eventualità come queste.

A Nikiski hanno anche una raffineria, un rigassificatore, una fabbrica di azoto e un impianto sperimentale della BP per liquefare il gas naturale. Ecco, questo è quello che accade: qualcuno arriva, si scopre un pozzo o due, passano un po di decenni e quel che resta è una società dove tutto ruota attorno al petrolio, fabbriche, mari, incidenti.

E’ questo che vogliamo per le coste d’Italia? O c’è una via migliore?

Qui le foto dell’incendio della piattaforma Baker – e delle altre nel Cook Inlet, petrolizzato d’Alaska