Considerate il “trattamento di fine rapporto” da distribuire, frammentato in piccole parti, subito, in busta-paga. Paghiamolo a rate. Poi il progetto è stato forse ritirato, ma l’idea resta. A te, capo del Governo, serve per dire: ti ho dato cento euro in più. Per la persona che lavora, vuol dire un lieve respiro, più tasse, e niente soldi alla fine di una vita di lavoro.

Per Roosevelt era il cuore del New Deal. Si chiamava (si chiama) Social Security ed è una somma di danaro modesta, certa, indipendente dalla pensione pubblica o privata, che hai o che non hai. La Social Security viene accantonata su un conto di ogni cittadino americano, per ogni anno di vita attiva. Entrando nella vita attiva, entri nella Social Security, ricevi un numero che ti identifica per tutta la vita, e che va indicato, con il nome e l’indirizzo, in ogni documento. Il principio è che, alla fine della vita di lavoro, tutti (tutti, dall’amministratore delegato al netturbino) ricevono un assegno ogni mese, che viene automaticamente inviato all’ultimo indirizzo al compimento dei 65 anni. È una cifra modesta, rispetto alla vita attiva, ma viene data sempre, per sempre. Non concepisce eccezioni o rinunce, ed è stata ispirata al presidente del New Deal dall’immagine dei giorni peggiori del crollo del capitalismo americano negli Anni Trenta. Molti raccontano ancora di alcuni ricchi che si buttavano dai grattacieli. Roosevelt aveva negli occhi l’immagine (milioni di poveri) che tentavano di sopravvivere ma non avevano nulla. E venivano abbattuti a fucilate quando tentavano di passare il confine di un altro Stato americano sperando in un lavoro che non c’era.

La parola New Deal, che noi adesso citiamo come un evento politico della storia americana, si può tradurre “Nuovo accordo fra lo Stato e i suoi cittadini”. Significa “Non sarai mai più abbandonato”. Roosevelt infatti ha pensato che lo Stato e i governi esistono per questo: non abbandonare i cittadini. Da allora tutti i presidenti che hanno tentato di rimuovere o ridurre la Social Security (anche negli Usa si dice “fare le riforme”) su questo punto vengono battuti.

Perché l’Italia, adesso, dovrebbe ispirarsi a un sistema fallito, il capitalismo d’avventura dei ricchi, visto che ha già definitivamente rifiutato l’altro sistema simmetrico e fallito, il comunismo? Nessuno sa dirci chi ha ordinato, o autorevolmente consigliato, di andare sempre un po’ più a destra. Dati i fallimenti paurosi incassati dalla storia (l’ultimo, la finanza americana che ha scosso il mondo nel 2008, e a cui Obama, presidente “di sinistra”, ha posto rimedio nel 2014) può essere il disegno di chi ha a cuore un futuro politico? Eppure i segnali di una clamorosa svolta a destra sono chiari. E non sono (come spesso accade in Italia), vecchia destra fascista. Sono una dichiarazione aperta del capitalismo puro e semplice che rivuole i diritti incontrastati che aveva prima che un secolo di riforme imponessero un minimo di equilibrio. Al punto che il Ministro dei Beni Culturali e il sindaco di Roma uniscono la forza e il prestigio delle loro immagini e licenziano in tronco, via messaggio telefonico, tutta l’orchestra e tutto il coro dell’Opera di Roma, che sta dando noie sindacali.

Impossibile non vedere la coincidenza simbolica ma anche politica con il non dimenticato primo atto presidenziale di Ronald Reagan (1980): il licenziamento in tronco di tutti i controllori di volo che erano in sciopero contro gli orari eccessivi e pericolosi, quando Reagan è arrivato alla Casa Bianca. Reagan era un personaggio affabile, simpatico, eccellente comunicatore, e si pensava che avrebbe portato alla presidenza americana poca ideologia e molto buon senso. Invece ha iniziato in modo sistematico il cammino da destra verso destra che nel mondo continua ancora: lo smantellamento del New Deal roosveltiano, una lotta senza quartiere ai sindacati (vilipesi e accusati di tutto nei modi più grotteschi), il prosciugamento dei fondi federali alle università e alle attività culturali, il principio secondo cui hai diritto alle cure mediche se puoi, e se hai una assicurazione privata (che comunque decide sulle tue cure) oppure non entrerai in alcun ospedale (si ricordi, in proposito il documentario di Michael Moore, il regista che racconta e filma i casi di malati gravi americani espulsi dai loro ospedali per insolvenza). Nasce a questo punto, nella visione conservatrice di Reagan, l’idea di rovesciare la credenza socialistoide secondo cui chi ha di più deve dare di più.

Reagan taglia le tasse in modo da stabilire che chi ha di più deve dare di meno. In tal modo, migliorando sempre di più la qualità della vita in alto, ci saranno più incentivi a chiedere servizi a chi sta in basso, e ci sarà più lavoro. Modesto, ma ci sarà. Ciascuno al suo posto. Ma aumenterà la voglia, tipica dei più intraprendenti, di “fare impresa”. Il principio ispiratore era, ed ancora, lo smantellamento progressivo dello Stato che “non risolve il problema perchè è il problema”. Lo Stato, come apparato organizzativo che tutela i cittadini, viene ridotto, “snellito”, se necessario umiliato (perché blocca lo slancio della nostra iniziativa) in modo da ri-orientare noi tutti, la nostra fiducia, il nostro impegno, il nostro voto, verso il privato e il privatizzato, in nome di una benefica concorrenza che naturalmente non esiste, dati gli incroci di interessi commerciali e finanziari che attraversano il mondo. Ecco dunque dove stiamo andando: da destra verso destra. La strada delle “riforme” è ancora lunga.

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2014