C’è una scena spassossisma nella fiction Boris (la migliore fiction italiana, mai prodotta): Alessandro, l’aiuto-regista nel set de “Gli Occhi del Cuore”, e Lorenzo, lo “schiavo” che si occupa della fotografia, girano un cortometraggio intitolato “Contro tutte le Mafie”. Con una telecamera Lorenzo riprende Alessandro, il quale con lo scotch incarta tutto il mobilio di casa. Una scena comica, perché non si capisce l’attinenza delle riprese con il tema delle mafie. Non importa, comunque: senza nemmeno partecipare, la clip vince il primo premio perché lo zio di Lorenzo è senatore.

La vicenda legata alle dichiarazioni del sindaco di Brescello, contenute nell’ottima video-inchiesta realizzata da Cortocircuito, si può riassumere tutta qui: una comunità si mobilita a sostegno del sindaco – accusato di aver negato la presenza mafiosa nel territorio – con uno slogan dal sapore assolutorio, “Contro tutte le Mafie” appunto.

Una situazione che ha del paradossale, se si pensa allo stereotipo con cui vicende analoghe in altre parti d’Italia vengono commentate al “Nord”; in parole povere, sempre i “soliti” solidarizzano con il politico X accusato di essere connivente con un’organizzazione criminale, quelli che dipendono dalle sue sorti per favori e prebende clientelari. Quando accade lo stesso in Emilia-Romagna, invece, è la comunità che si mobilita a fianco dell’amato sindaco, infangato nella sua onorabilità per una piccola gaffe.

 

Se succedono fatti simili – in cui non si vuole mettere in gioco la malafede dei manifestanti, sia chiaro – non è solo colpa, però, degli stereotipi sulla comunità forte e sana, temprata da anni di convivenza pacifica e solidale, la quale si trova sorpresa e sgomenta davanti agli arresti di esponenti della criminalità organizzata. La colpa è anche e soprattutto dell’antimafia da corteo (fatta di taluni – non tutti per fortuna – politici e da sedicenti organizzazioni antimafia più o meno conosciute in ambito nazionale). Quella che si mobilita giustamente con forme di mutualismo nei confronti dei territori più in difficoltà, ma che poi a casa propria non sa trarre le conseguenze necessarie da comportamenti e dichiarazioni deprecabili. Non è la prima volta, peraltro, che incidenti simili accadono in Emilia Romagna; a Rimini, difatti, l’ormai ex-assessore regionale Melucci era inciampato sull’ennesima buccia di banana della presenza mafiosa in Riviera, in particolare della camorra nel settore alberghiero.

Da un lato questo tipo di antimafia sembra rifiutarsi di studiare il territorio, la storia delle infiltrazioni mafiose e il successivo radicamento in zone ben precise dell’Emilia-Romagna (sembra quasi superfluo ricordare che per la provincia di Reggio Emilia, il termine colonizzazione mafiosa è tutt’altro che esagerato e, anzi, riflette abbastanza fedelmente lo sviluppo di alcune ’ndrine nella zona). Dall’altro quel poco di analisi viene fatta spesso approssimativamente e attraverso ritagli di giornale, con articoli scritti da persone tutt’altro che preparate in materia e in cui il sensazionalismo dei titoli (“C’è la camorra”, “La Dia certifica: c’è la mafia” ecc …) è inversamente proporzionale alla assennatezza del contenuto.

Brescello, insomma, non è il caso isolato di una comunità che fatica a fare i conti con se stessa: è lo specchio di una società, orgogliosamente opulenta, che misconosce la realtà davanti ai propri occhi. Per una volta quindi, anche se un politico è il protagonista della vicenda, non diamo colpa alla “politica” tout court, che in Regione ha saputo dare vita a strumenti legislativi importanti. Ecco, se dobbiamo prendercela, prendiamocela con noi stessi. La società “civile” non è migliore dei politici che la società devono governare. Affatto.