Nel solito circo di dichiarazioni attorno alla nuova trovata propagandistica del governo Renzi, tra le voci scettiche si è levata quella di Susanna Camusso: “nessuno dica che si stanno aumentando i salari dei lavoratori, quelli sono soldi dei lavoratori, frutto dei contratti e delle contrattazioni e non una elargizione di nessun governo e non è un nuovo bonus“. Molto probabilmente la leader Cgil non si è accorta dell’assist che ha involontariamente fornito ai suoi avversari: che problema ci sarebbe a lasciare ai lavoratori i soldi che già appartengono ai lavoratori, secondo la sua stessa definizione?

Il problema è in realtà creato da una concezione classista e servile di quella figura mitologica chiamata “Il Lavoratore”, che pur essendo formalmente un adulto consenziente, per gli snob di sinistra è un bambino da accudire, educare, amministrare. Non sarebbe in grado, infatti, di ragionare con la propria testa. Se il datore di lavoro gli consegnasse 100 euro in più in busta paga, lui li spenderebbe subito, sicuramente mettendosi anche in fila per comprarsi un iPhone6, una cosa così indecorosa! Dunque ci deve essere una quota, trattenuta dal suo stipendio e depositata in azienda, che verrà liberata solo alla fine del rapporto di lavoro. Per il bene del lavoratore. Anche contro la sua volontà. Secondo questo modo paternalistico di concepire il lavoro (funzionale da sempre ad aumentare il potere dello Stato), per essere coerenti fino in fondo, il lavoratore non dovrebbe nemmeno ricevere lo stipendio: sia un collegio di imprenditori, sindacalisti e politici a decidere cosa deve comprare e quando, dandogli la mancetta, di volta in volta, per quel tanto che basta per comprarsi quel che chiede. Un modello del genere piacerebbe alla leader della Cgil?

Dare il Tfr in busta paga, mese dopo mese, implicherebbe qualcosa di oltraggioso per la mentalità classista di cui sopra: rispetto per una persona adulta e per le sue scelte. Vorrebbe dire considerare un “dipendente” (un’espressione orribile, figlia di quell’approccio) come un essere umano di pari dignità rispetto all’imprenditore che lo ingaggia, abbastanza adulto da decidere come risparmiare i propri soldi e dove investirli, senza bisogno di essere guidato per manina da una persona più “adulta” di lui. La mentalità classista, che vede nel “lavoratore” un minorato mentale da porre sotto tutela, suona ancora più grottesca quando si considera il fatto che tra “tutori” (insieme a politici, burocrati e sindacalisti) ci sarebbero “i padroni”: proprio quelli che personaggi come la Camusso hanno sempre dipinto come biechi sfruttatori del proletariato.

Il vero problema del Tfr in busta paga è un altro, che la Camusso non manca di evidenziare: significherebbe un importante aumento di entrate fiscali. Il che, in effetti, è sempre un male: si tratta di risorse che lasciano l’economia reale per precipitare nel buco nero della politica. E non è difficile immaginare che si tratti dell’unico motivo per cui il governo promuove quest’operazione. Ma del resto quelle tasse, anche se non pagate ora, verrebbero pagate un domani…sempre immaginando che la somma nel futuro venga davvero restituita (chiunque sappia fare due conti non può che avere dubbi, specialmente per la parte di pertinenza dell’Istituto Nazionale Ponzi Scheme). La Camusso dovrebbe quindi impegnarsi in una battaglia per la detassazione dei salari, più che concentrarsi sulla tempistica.

Per la verità, ci sarebbero due modi molto più importanti e strutturali di superare la mentalità paternalistica e classista. Innanzitutto bisognerebbe abolire quell’arma di distrazione di massa che nasconde a chi ha un contratto subordinato la vera mole di tasse che paga (il 60% circa sul valore aziendale): il cosiddetto “sostituto d’imposta” (che tra l’altro obbliga le imprese a lavorare gratis per lo Stato, cosa che la costituzione in teoria non permette). Poi c’è l’immenso capitolo previdenza: una grandissima parte di “contributi” che vanno a pagare le enormi spese attuali senza garantire nulla per il futuro (vedi acronimo Inps di cui sopra).

Bene il Tfr in busta paga(ma che sia detassato, o tassato a non più di quell’11% che grava oggi su chi versa in un fondo complementare, altrimenti siamo all’ennesimo aumento fiscale del governo Renzi), dunque, purché sia un primo passo per avere anche tutto il resto in busta paga.