90 anni fa, da Radio Roma, fu diffusa la prima trasmissione radiofonica: un concerto, per pochi intimi, di musica classica. L’auditorio era in via Maria Cristina, nel quartiere Parioli. In Italia, all’inizio degli anni Venti, un antesignano è stato l’Araldo telefonico, un piccolo servizio che, tramite il telefono, divulgava notizie economiche nelle principali città.

La prima trasmissione radio nel mondo avviene in Cornovaglia il 23 febbraio 1920, due ore al giorno per due settimane. A fornire impulso alla radiofonia civile era stata l’esperienza maturata nella Prima guerra mondiale, dove gli apparecchi radio erano stati utilizzati per le comunicazioni tra il fronte e le retrovie. L’idea della commercializzazione era stata compiutamente tracciata nel 1916 da David Sarnoff dell’American Marconi Company.

I primi apparecchi radio erano rivolti a un pubblico agiato ed erano curati anche nell’estetica, venendo non di rado rivestiti di legno prezioso. Le componenti interne subivano però guasti frequenti. Le versioni economiche erano le radio a galena (dal nome del cristallo di piombo usato per la sintonizzazione) che potevano ascoltarsi solo con la cuffia. I radioamatori erano spesso in grado di costruire in proprio questo tipo di apparecchi, evadendo l’abbonamento.

La ricezione del segnale era spesso approssimativa, disturbata e con cali di modulazione. Nel 1930 gli abbonati non raggiungevano il numero di 100.00. Il costo dell’apparecchio e dell’abbonamento erano alti: nella prima metà degli anni Trenta l’automobile Fiat balilla costava poco più del triplo di un buon apparecchio radio e l’abbonamento equivaleva alla mensilità dello stipendio di un impiegato.

Alla diffusione della radio si aggiungevano altre difficoltà: la parziale elettrificazione del Paese che aveva indotto anche alla costruzione di radio a batteria.

Roma rimane per circa un anno l’unica stazione di trasmissione, nel 1925 seguirà Milano e Napoli nel 1926 anche se la città di riferimento per la radiofonia italiana diventerà Torino. La prima vera stazione nazionale a grande potenza è realizzata a Roma ed è attiva dal 1930.

La prima società gestrice si chiamava Uri, Unione radiofonica italiana, che trasmetteva in regime di monopolio e sotto il controllo del governo. L’Uri era nata qualche mese prima, a fine agosto. Gli azionisti di riferimento erano la Radiofono di Guglielmo Marconi e la Sirac che si avvaleva degli statunitensi della Western eletric per la costruzione degli apparecchi. La presidenza è assegnata all’altro socio forte, la Fiat, capace di designare il suo direttore centrale, Enrico Marchesi, alla carica più alta dell’ente radiofonico. Quando la società cambia nel 1927 la denominazione in Eiar (Ente italiano audizioni radio) i soci restano gli stessi e la maggioranza è detenuta dalla Sip, controllata da Agnelli e dai principali industriali italiani. Proprio nella seconda metà degli anni Venti arrivano le più evolute radio a valvola che, tramite la manopola, permettevano una sintonizzazione più semplice.

Il governo nomina propri rappresentati nel Consiglio di amministrazione e ne controlla i contenuti. I grandi gruppi industriali erano interessati agli sviluppi della radiofonia per realizzare affari con l’aiuto dello Stato (come la diffusione dell’elettricità) e per consolidare le proprie posizioni di potere. Nella “privata” Eiar il legame con il regime è organico, non solo nell’indirizzo politico: Costanzo Ciano, padre di Galeazzo e importante gerarca, è legato alla Fiat e protettore di Guglielmo Marconi, nonché detentore di brevetti per la costruzione degli apparecchi.

Dieci anni dopo la prima trasmissione, nel 1934, gli abbonati erano saliti a 350.000, in linea con la Polonia e l’Ungheria, quasi nulla di fronte ai 6 milioni di abbonati in Inghilterra e ai 5 della Germania. In Italia, soltanto fra il 1937 e il ’38 gli apparecchi radio raggiungeranno il milione.

Il progetto industriale, legato alla radio, avanza molto lentamente. Le iniziali intuizioni sulle future prospettive della radio stentano a trovare capitali privati e pubblici che possano realizzarle. Dal 1933 la più diretta presa di controllo sulla diffusione del mezzo da parte del regime fascista (una radio in ogni villaggio), resta ostacolata da interessi contrapposti e non dipanati che permettono, solo in parte, l’abbassamento del prezzo per realizzare apparecchi radiofonici accessibili a un più vasto bacino di consumatori.