Si è tenuta dal 2 al 4 ottobre a Sanremo l’edizione 2014 del Premio Tenco, la principale rassegna italiana per la canzone di qualità, che proprio quest’anno ha compiuto quarant’anni. Nel 1974 infatti Amilcare Rambaldi organizzò la prima e da allora, sul palco dell’Ariston e recentemente su quello del teatro del Casinò, si sono succeduti alcuni dei più grandi artisti del pianeta e tutti i nomi principali della canzone d’autore italiana. Il tema di quest’anno era il concetto di resistenza, delle resistenze all’omologazione, alla stupidità, ai soprusi di ogni genere. Fare l’elenco degli ospiti che si sono esibiti nei tre giorni a Sanremo, tra gli incontri del pomeriggio e le esibizioni sul palco la sera, sarebbe esercizio sterile, sarà bene citarli in ordine sparso e poi vedere chi ha convinto di più: da Vinicio Capossela con un set sul rebetiko a Eugenio Finardi, Simone Cristicchi, Paola Turci, Modena City Ramblers con Cisco, David Riondino, Scraps Orchestra, Têtes de Bois in omaggio a Léo Ferré (primo Premio Tenco nel 1974), la novantenne ebrea tedesca Esther Béjarano che suonò la fisarmonica ad Auschwitz per salvarsi la vita, Diodato e diversi altri.

Ciò che ha caratterizzato artisticamente la rassegna sono state una serie di esecuzioni di brani di alcuni tra i più grandi cantautori di tutti i tempi, rappresentativi delle resistenze nelle varie latitudini geografiche e politiche, tradotti per la maggior parte dal cantautore Alessio Lega e Sergio Secondiano Sacchi, arrangiati per l’occasione da Rocco Marchi. Tra queste esibizioni spiccano quella di Eugenio Finardi, che fra l’altro ha omaggiato il cantautore Vladimir Vysotsky, e la performance di Paola Turci, che con marmorea delicatezza ha eseguito un brano di Bulat Okudžava, Premio Tenco 1985, uno dei padri della canzone d’autore russa. Notevole anche il momento di Diodato, una delle voci migliori della nuova scena di artisti di qualità (per adesso si canta un po’ addosso, ma c’è da aspettarsi molto in futuro). Oltre a questi set, ci sono stati anche ospiti che hanno rappresentato i propri progetti artistici, tutti comunque col filo conduttore della resistenza. L’operazione di Vinicio Capossela col rebetiko, per esempio, è apparsa intelligente nel far capire l’anima di questo genere, anima resistente nella forma e nei suoni.

Simone Cristicchi ha riproposto dei passi dello spettacolo “Mio nonno è morto in guerra”, oltre alla canzone “Magazzino 18”, eponima dello scintillante spettacolo che celebra la dignità della memoria contro la barbarie dell’insabbiamento, in merito a una pagina triste della storia d’Italia: l’esodo istriano e l’orrore delle foibe del secondo Dopoguerra. Sicuramente da segnalare anche l’esibizione della Scraps Orchestra, con brani propri sulla resistenza (anche quella storica), inframmezzati da pillole di canzoni-simbolo come “Bella ciao” o “Fischia il vento”, rivisitati artisticamente e per niente retoriche. Retorica a cui invece non si sono sottratti i Modena City Ramblers, per l’occasione riunitisi con Cisco Bellotti, con “Per i morti di Reggio Emilia” e la stessa “Bella ciao”.

Poi ci sono state le consegne dei premi Tenco veri e propri a Gianni Minà come operatore culturale, ai Plastic People of the Universe, José Mario Branco, Maria Farantouri, Jhon Trudell. È stato un piacere ascoltare nel pomeriggio la lectio magistralis di Minà: un atto di denuncia del primato oramai inaccettabile dell’economia sulla politica, parlando poi dei diritti acquisiti in America Latina, a fronte di un mondo occidentale ed Europeo che qui diritti li va man mano perdendo. Gianni Minà è uno dei padri storici del giornalismo italiano e un Paese appena decente dovrebbe dare il giusto merito alle proprie figure di riferimento, ai propri maestri; lui invece è da troppo tempo fuori dai media. Insensato. Uno dei momenti migliori è stato quello di José Mario Branco, uno dei protagonisti della “Rivoluzione dei garofani” portoghese, in duetto con Alessio Lega e da solo con la sua chitarra: parole forti, precise, cantate con una voce ben salda e carica di dignità poetica.

Discorso a parte merita Esther Béjarano. Nel pomeriggio del 3 ottobre, nel momento della presentazione al pubblico e ai giornalisti, ha raccontato la sua storia, di quando deportata ad Auschwitz riuscì a entrare nell’orchestra femminile del lager e, di fatti, si salvò la vita. Il Club Tenco invitando Esther Béjarano ha fatto capire che celebrare le resistenze prescinde da ogni forma di retorica, perché la musicista novantenne è stata certamente invitata per portare la sua testimonianza, ma soprattutto per cantare: per cantare la canzone “Bel ami”, brano che le permise di entrare nell’orchestra che l’avrebbe salvata, ma soprattutto per cantare la gioia di chi non ha nessuna intenzione di vivere con lo sguardo rivolto all’indietro. Esther Béjarano sul palco del teatro del Casinò cantava e rideva con un sorriso “pieno”, leggero e disarmante ma carico di storia, soprattutto futura. Esther Béjarano cantava con un sorriso che voleva dire “resistenza”.