Una rapina finita male che invece potrebbe essere stata una trappola per uccidere e forse per vendicare la morte del Dandy, al secolo Enrico De Pedis, boss di spicco della Banda della Magliana. Andrea Polimadei, il gioielliere che circa due anni fa (28 aprile 2012 ndr) ha freddato, durante un tentativo di furto, l’ex della Banda della Magliana Angelo Angelotti non ha sparato per legittima difesa, ma per ammazzare “er Giuda” Angelotti, l’uomo che il 2 febbraio 1990 attirò De Pedis in trappola, incontrandolo nella sua bottega di antiquario e abbracciandolo al momento del saluto per dare il segnale ai sicari (De Pedis finì addirittura sepolto all’interno della Chiesa di Sant’Apollinare a Roma, nella foto la polizia nel giorno della riapertura del sepolcro). E’ questa la tesi del pg Otello Lupacchini, ex giudice istruttore che firmò il mandato di cattura per i componenti della Banda della Magliana, che nella seconda udienza d’appello al tribunale di Roma ha accusato l’orefice, assolto in primo grado per legittima difesa, di omicidio volontario.

Un coup de théâtre supportato da un video di una telecamera di sorveglianza (pubblicato su www.nottecriminale.it) che ha ripreso la colluttazione tra er Giuda e il gioielliere che, dopo che la sua autovettura (nella quale era presente anche il fratello) è stata speronata dal furgone dei rapinatori, in una manciata di secondi ha freddato con tre colpi Angelotti e poi ferito con un paio di spari gli altri due componenti della banda, prendendo a calci in seguito o lo stesso Angelotti o il complice ferito accanto a Er Giuda. I rapinatori non hanno esploso neanche un colpo. Nella sequenza video spicca la prontezza d’azione impressionante di Polimadei che prima ferisce al fianco destro il bandito alla guida del furgone che poi si allontana senza reagire e poi fredda immediatamente Angelotti con tre colpi, ferendo con un altro sparo il terzo complice.

Un ribaltamento totale dell’impianto processuale, per una vicenda che in primo grado era stata trattata come una semplice rapina finita male, supportato anche da altri fatti descritti dal pg che apre uno scenario sconcertante e degli interrogativi altrettanto inquietanti. Uno scenario degno di un altro capitolo di Romanzo Criminale. Uno degli elementi principali che può supportare l’ipotesi di una vendetta della Banda della Magliana dopo oltre vent’anni dall’uccisione del Dandy è scritto nero su bianco in un’informativa riservata del commissariato di polizia “C. Colombo” di Roma. Una fonte confidenziale aveva dichiarato, circa due mesi dopo il tentativo di furto, che la rapina “ai danni del Polimadei era stata architettata al solo fine di uccidere l’Angelotti Angelo con la complicità di uno dei due gioiellieri e il coinvolgimento di un dipendente della Polizia di Stato…già in passato coinvolto in vicende giudiziarie”, si legge nella nota inviata alla Procura di Roma. Tal informazione al tempo non venne presa in considerazione anche perché non vi furono riscontri positivi alla notizia in questione ed il presunto basista della rapina, indicato dalla fonte confidenziale, negò tutto.

Una vicenda che adesso potrebbe assumere un’importanza fondamentale per arrivare fino in fondo alla verità dei fatti. Altri episodi che possono rafforzare l’ipotesi della vendetta sono anch’essi scritti nero su bianco nell’ordinanza Nuova Alba di un anno fa, operazione che ha decapitato la mafia ad Ostia con 51 arresti. Nell’ordinanza emergono atti intimidatori e pedinamenti nei confronti dell’ormai ex compagna di Angelotti, Cinzia Pugliese. Intimidazioni culminate nella gambizzazione della donna avvenuta il 26 luglio 2013. C’è l’ombra del clan locale dei Fasciani sulla gambizzazione di Cinzia Pugliese: a premere il grilletto potrebbe essere stato Riccardo Sibio, uno che prendeva “pratiche” sia dal “vertice del clan, che da terzi”. Il suo nome e quello di Cinzia Pugliese s’intrecciano più volte nell’ordinanza dell’operazione Nuova Alba.

Per tutti i motivi descritti Lupacchini ha chiesto e ottenuto la riapertura del caso, anche perché, secondo il pg, le perizie sono state eseguite in modo superficiale, a partire dall’analisi delle pistole utilizzate visto che il revolver adoperato dall’orefice per freddare Angelotti non poteva sparare poiché aveva il caricatore rotto, il che presuppone la presenza di un’altra pistola non rinvenuta. Per queste ragioni il pg vuole vederci chiaro, aggiungendo una domanda più che legittima: per quale motivo un criminale del calibro di Angelo Angelotti avrebbe dovuto partecipare ad un’operazione così complessa, con il furgone utilizzato per la rapina rubato ben 5 mesi prima (il che presuppone un investimento in denaro) per spartirsi con gli altri due rapinatori ed il basista solo 75 mila euro? Dubbi, domande e contraddizioni che possono far temere, pensare o al momento soltanto immaginare che due anni fa ci sia stato un regolamento di conti, la cui causa forse risale ad oltre vent’anni fa.