Mettere in scena un classico soprattutto se in una cornice storica, come il palco dell’Argentina, rischia di essere un’operazione stantia e poco stimolante. Ben vengano le interpretazioni d’autore, o i grandi allestimenti, ma di fronte alle ripetizioni stanche e ricalcate sul già detto, meglio pensare ad altro, per esempio dando spazio alla drammaturgia contemporanea, spesso grande assente dagli Stabili (ma c’è un appello in tal senso e presto una giornata di dibattito e di sensibilizzazione). Se però del classico si riesce a recuperare il senso universale, superandone la dimensione di mero repertorio, di testo fuori diritti, allora il discorso prende completamente un’altra piega.

Come ha scritto Nicola Fano, è inevitabile per il pubblico aspettarsi l’ennesima messinscena. Poi invece, capita che le tre ore di Hamlet, nell’allestimento che Andrea Baracco ha realizzato per il Romaeuropa Festival, riescano a stupire, nella loro capacità di ritornare al classico nella sua purezza, recuperandone la quintessenza, senza tentativi di rilettura o di adeguamento al presente.

Ne è stata notata l’attualità, per esempio nella capacità di interpretare il disagio giovanile e il conflitto generazionale. A mio parere il lavoro che Baracco ha realizzato con Santasangre e Biancofango tocca le corde più profonde dell’animo dello spettatore, restituendo al pubblico il mito di Amleto, più che una sua lettura. Il programma di sala parla in effetti della volontà di superare “la parola e le interpretazioni stratificate nel tentativo di restituire la complessità dell’opera shakespeariana”. La drammaturgia di Francesca Macrì non prova a riscrivere o ad attualizzare, ma cerca di piegare il testo offrendolo allo spettatore in quella plasticità che deriva dalla sua familiarità. In quanto personaggio mitico, il principe di Danimarca vive di vita propria, indipendentemente dall’autore dalla cui fantasia è stato generato. Di qui la sua universalità, ovvero la capacità di parlare e porre delle domande allo spettatore di ogni epoca, adeguandosi ai diversi contesti.

Lo spettacolo, andato in scena in prima nazionale al Teatro Argentina (che al bardo dedica una rassegna Shakespeare alla nuova italiana) dal 26 al 28 settembre, trae la sua forza proprio dalla capacità di rievocare il mito nella sua purezza, riscrivendolo dentro le coordinate del testo shakespeariano. Baracco riprende lo scheletro del classico usandolo come schema, su cui caricare l’immaginario della scenografia multimediale di Luca Brinchi e Roberta Zanardo dei Santasangre.

Complice un gruppo di attori fresco ed energico (senza costringerli nell’etichetta di una gioventù che ne mortificherebbe qualità ed esperienze), lo spettacolo procede con ritmo e in modo incisivo. Mentre giocano a modificare uno spazio già di per sé abbastanza spoglio, i personaggi trovano uno spessore inedito. La drammaturgia riserva un ruolo considerevole a Ofelia (Livia Castiglioni), sempre accompagnata da un suono che ne anticipa la morte per acqua, a Gertrude (Eva Cambiale), personaggio stridente, a Orazio (Michele Sinisi), alter ego del protagonista al punto da sottrargli il celebre monologo «essere o non essere». Andrea Trapani si fa interprete, oltre che di Laerte, della scena di teatro nel teatro con cui il principe cerca di scuotere l’animo del tiranno Claudio (Paolo Mazzarelli). Polonio (Woody Neri) anticipa i lati buffoneschi di un Amleto (Lino Musella) che in questa messinscena sfrutta tutte le modalità espressive, dal grottesco al sarcastico, dal giocoso a tragico con estrema disinvoltura. Allo stesso modo si scivola da un linguaggio all’altro, dalla pantomima alla recitazione drammatica, passando per lazzi e travestimenti, fino alla video performance e alla body art. Così la musica, che accosta la techno, il minimalismo e il Concerto italiano di Bach.