Era uno degli aspiranti alla successione di Vasco Errani, ex presidente della Regione che si è dimesso dopo la condanna in primo grado per falso ideologico. Fino a quando non ha deciso di ritirarsi a causa della “contrarietà totale del Pd alla mia candidatura, sia locale, sia nazionale”. Matteo Richetti, deputato modenese Pd e renziano della prima ora, ha spiegato così le ragioni del suo passo indietro intervenendo alla trasmissione ‘In 1/2 ora‘ su Raitre. “Renzi – ha detto Richetti – mi ha detto che secondo lui era meglio che facessi altro, ma poi mi ha detto: ‘decidi tu’. Ma non c’era un dirigente del Pd che mi sosteneva: se uno fa il presidente della Regione, come fa a farlo con un partito in contrapposizione? Io non mi sono voluto mettere in quella situazione”.

Intervistato da Lucia Annunziata, Richetti ha parlato anche della sua vicenda giudiziaria, visto che il suo ritiro è arrivato dopo aver scoperto che era indagato. “E’ stato un atto di rispetto delle istituzioni. Se le rispetti – ha detto facendo riferimento a Bonaccini, anch’egli indagato quando si è presentato – non ti autoassolvi. Ho avuto anche un’amarezza personale: quando è stato condannato Errani tutti si sono stretti attorno a lui. Nei miei confronti c’era un balbettio imbarazzato”.

Nel corso dell’intervista Richetti ha affrontato anche il nodo delle primarie in Regione, disertate dagli elettori. Alla base c’è il “solco profondo fra il partito e i suoi elettori, colmato solo da Matteo Renzi, come se lui avesse reso credibile e votabile se stesso e non il Pd. Un partito che non porta a votare nemmeno gli iscritti – ha detto, riferendosi alla consultazione di domenica 28 settembre – è dentro un problema enorme. In Emilia-Romagna non c’è stata né la competizione, né la proposta perché gli elettori del Pd ritenessero credibili le primarie. Il partito è attraversato da funzionari che mal sopportano Renzi: quando arriva gli fanno grandi applausi, quando se ne va continuano come nulla fosse. E molti nostri elettori potrebbero non andare a votare alle regionali di novembre. Il Pd può essere il più grande nemico di se stesso”.

Duro anche sul crollo degli iscritti al partito, in caduta libera da 400mila a soli 100mila. “Questa crisi – dice – viene prima di Renzi e nel Pd si stanno facendo le domande del perché succede questo”. Ma nessuno, aggiunge, “si fa la vera domanda: ma perché uno si deve iscrivere al Pd? Qual è l’ultima grande campagna forte che ha fatto il Pd nel Paese?”. Poi attacca il capogruppo alla Camera Roberto Speranza che in direzione ha votato contro il Jobs Act (“Come si fa a fare una battaglia epocale come quella della riforma del mercato del lavoro con il capogruppo alla Camera che si astiene in direzione?”) e chiede a Renzi “un rilancio dello spirito originario” della Leopolda.

“Con Matteo Renzi – ha detto – ci siamo candidati a guidare il Pd e a guidare il paese per cambiarlo. Se quando arrivi alla guida rinunci a cambiare non hai fatto tutto il tuo lavoro. La critica che faccio a Renzi è che tutte le persone che stavano con lui alla Leopolda o nei comitati che lo sostenevano o hanno fatto delle liste civiche o sono state messe ai margini. E’ necessario un rilancio dello spirito originario e questo lo deve fare Renzi: il renzismo originario prevede qualche comparsata in meno e un pò di studio e di approfondimento in più”.