E’ un’impresa non da poco. I capri e i montoni sospettano appena ciò che accadrà. Legati e trasportati sui tetti dei camion come migranti. Spuntano dai bauli dei taxi. Appesi a una corda o parcheggiati lungo le strade. Fieno in abbondanza per ingrassarli. Acqua insaponata per dilatarne i contorni. I capri sono le prime vittime dell’annuale festa della Tabaski che si celebra questa domenica. Resistono come possono perché sono sempre cresciuti isolati. I pochi tentativi di ribellione sono stati stroncati sul nascere. Si conosce l’esito del copione scritto dai vincitori. Condotti al macello o allora sgozzati sul posto senza video per renderne appetibile il sacrificio. Quest’anno i prezzi sembrano più abbordabili del solito. Aumentata l’offerta e diminuiscono i prezzi. Perché l’operazione sia completata occorre la legna e la sicurezza della vittima. I ladri sono abili nell’asportarla. Il proprietario che l’ha nutrita e custodita rischia fino all’ultimo la sua incolumità. Il mercato di oggi è spietato. I capri, come i poveri, non sono che danni collaterali.

Chi commercia l’erba e la legna per la festa sono gli asini. Lavorano senza sosta e sono bastonati ad ogni accenno di sommossa. Dalla periferia raggiungono la città ad ogni ora della giornata. Non hanno orari se non quelli dei padroni. A testa china trascinano il carro dalle ruote incerte come il traffico. Lo sfidano nella confusione che regna ad ogni incrocio che Dio manda. Di notte assomigliano a un don Chisciotte senza scudiero. I serbatoi d’acqua numerati sono castelli che si trasformano in mulini a vento. Attraversano le foreste che non hanno più alberi. Seguono le incerte rotte dettate dal padrone. Mangiano appena a sufficienza e non hanno nessun giorno di ferie. Sono esclusi da ogni forma di protezione umanitaria. Gli asini sono considerati come i garanti del sistema. Non discutono gli ordini superiori. Eseguono ciò che i padroni decidono per il loro bene. Il bastone è necessario per convincerli a camminare. Sembrano sottomessi al loro destino. L’ultimo tentativo di ribellione che si ricordi è stato sedato dalle preghiere lungo la strada.

Si vedono come una classe superiore. L’andatura, il portamento e le rifiniture non lasciano dubbi. Per prevenire inutili itinerari su strade smarrite portano i paraocchi. Resistenti al caldo e alle sete. La ditta francese Orange, une delle compagnie telefoniche della piazza, li addobba di tessuti colorati per la pubblicità. I dromedari sono gli altri animali di Niamey la capitale. Silenziosi e addomesticati ascoltano solo la voce del padrone. Trasportano lui e la legna col fieno ancora verde di stagione. Si adattano bene alle esigenze del mercanti del paese. Dimenticati i deserti e le steppe si limitano a inseguire i rari marciapiedi che gli arbusti arredano. Dell’antica sabbia conservano l’opaco colore e l’incerta nostalgia. Rari sono quanti ricordano e tramandano le piste carovaniere del sale e degli schiavi. Quasi nessuno saprebbe ancora trovare le rare sorgenti delle oasi. Un brivido di follia si propaga quando una ditta di trasporti li prende come pubblicità. I dromedari di Niamey si assicurano una corsia a parte del ponte nuovo del fiume Niger.

Sono messi in gabbie intrecciate. Passano senza destare sospetto tra un auto in sosta e l’altra ferma per guasto. Chi viene da lontano usa la bicicletta o un carro tirato a mano. La gabbia prende poco posto e ha il vantaggio della visibilità. Si apprezza la qualità a colpo d’occhio. I polli di Niamey non hanno la vita lunga. Passano da una gabbia all’altra e sono arrostiti lungo le strade. Sono pochi i ristoranti che li propongono da quando i turisti sono finiti. Quelli dei villaggi fanno esperienza di libertà. Si guadagnano il pane quotidiano ruspando il miglio ormai terminato accanto ai granai. Lo chiamano il tempo della ‘saldatura’. Finite le scorte si aspetta il nuovo raccolto che dipende dalla pioggia. I polli questo lo sanno e sopravvivono fingendosi uccelli. La notte la passano sui rami degli alberi per consolarsi a vicenda. I pochi galli che si azzardano a  svegliare il giorno sono in competizione coi minareti. In città si accampano nei cortili e rincorrono le farfalle. Poco prima dell’ultima alluvione la gabbia galleggiava come l’arca di Noè.

Una coppia di animali scelta secondo la loro specie. E l’arca prendeva forme e dimensioni che nessuno aveva osato immginare. Tutti si erano potuti salvare dal diluvio. Apparve l’arcobaleno