Le mafie sono talmente radicate in Emilia che al suo interno si svolgono dei veri e propri processi interni con tanto di testimoni e giudici. È quanto confermato dalla sentenza del giudice per le udienze preliminari di Bologna Letizio Magliaro, che venerdì 3 ottobre ha condannato in primo grado due persone ritenute vicine alla ‘ndrina calabrese degli Arena, proveniente da Isola Capo Rizzuto. Il principale imputato del rito abbreviato era Paolo Pelaggi, già noto alle cronache giudiziarie modenesi per la bomba che nel 2006 fece esplodere l’Agenzia delle entrate di Sassuolo. L’imprenditore di Maranello è stato condannato ora a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione con l’aggravante del delitto avvenuto in contesto mafioso.

L’antefatto della vicenda risale a 8 anni fa. Nel 2006 Pelaggi, attraverso l’azienda intestata a sua moglie, affida alla ditta edile intestata alla consorte di Luigi Diana (un campano, residente in provincia di Modena, già arrestato più volte con l’accusa di associazione mafiosa) la costruzione di una villa alle porte di Maranello. Ma alla fine del 2006, forse a causa di difficoltà finanziarie, inizia a contestare i lavori eseguiti da Diana e a ritardare i pagamenti.

Nel marzo 2007, contestualmente al ritrovamento di una tanica di benzina e di diversi pneumatici nel cantiere di costruzione, Pelaggi cerca di costringere Diana a firmare un nuovo contratto: invece che 350mila, propone 290mila euro. Un accordo che avrebbe dovuto comprendere anche una polizza assicurativa contro gli incendi. Puntuale, nella notte tra il 10 e l’11 maggio 2007 arriva un rogo doloso che devasta il tetto della villa in costruzione. Pelaggi a quel punto scopre che Diana non aveva sottoscritto alcuna polizza e inizia a minacciarlo di morte per telefono. E qui entrano in gioco le triangolazioni criminali.

Nei mesi successivi Pelaggi cerca, tramite sue conoscenze nella criminalità organizzata della Campania, di convincere Diana a terminare i lavori. Diana si reca persino a Napoli a parlare con un certo zio Peppe. Ma niente da fare, il campano non solo non vuole pagare Pelaggi, ma nel frattempo pretende i soldi non pagati da Pelaggi che erano stati concordati nel primo contratto di costruzione. È a questo punto, a metà 2008, che Diana e Pelaggi vengono convocati a Cologno Monzese, a casa di una persona non identificata. Alla presenza di due membri della criminalità organizzata campana e di due omologhi calabresi, si decide che Diana rinunci a chiedere altri soldi a Pelaggi. La diatriba si conclude con questa decisione inappellabile, e con una richiesta da parte dei misteriosi ‘giudici’ ai due contendenti: Pelaggi e lo stesso Diana avrebbero dovuto versare una quota a favore dei detenuti in carcere.

Il misterioso incontro lo racconta lo stesso Diana qualche anno dopo in tribunale a Modena, convocato come testimone davanti al pubblico ministero Marco Mescolini della Direzione distrettuale antimafia di Bologna. Assieme a Pelaggi è stato condannato ora dal gup di Bologna Magliaro, per gli stessi reati il giovane Fiore Gentile, figlio di Francesco, considerato uomo vicino al clan Arena. Il giovane Fiore Gentile, classe 1984, è considerato anzi il tramite tra Pelaggi e la cosca Arena. È stato invece assolto un altro figlio di Francesco Gentile, Tommaso, che nell’aprile 2007 sarebbe arrivato appositamente dalla Calabria per convincere Diana a portare a termine i lavori.

Secondo il gup tutti i condannati agivano per agevolare gli affari della cosca Arena visto che le attività dei Pelaggi erano quasi interamente destinate all’associazione mafiosa. A giorni per Pelaggi, che ora è detenuto, è attesa anche un’altra sentenza, questa volta in Corte di Cassazione. Assieme ai suoi fratelli Davide ed Emanuele, Paolo è stato condannato in primo grado e in appello per ricettazione, frode e danneggiamento. I fratelli Pelaggi, ritenuti legati al clan Arena, misero in piedi secondo i giudici un sistema di compravendite inesistenti di materiale tecnologico tra l’Italia e l’estero. In questo modo maturavano credito d’Iva che portava a guadagni milionari. Quando l’ufficio dell’Agenzia delle entrate cominciò a insospettirsi, secondo i giudici, i Pelaggi piazzarono un ordigno davanti ai suoi uffici.