“Marina alleata dei poteri finanziari”; “Marina nemica dei gay e anti-abortista”; “Marina traditrice della sua gente, a favore dei bianchi”; “Marina agente della Cia“….ma anche: “Marina, paladina dell’Ambiente”; “Marina che rivendica i diritti di indios e afro brasiliani”; “Marina contro la corruzione”.Di tutto e di più….alla chiusura della campagna elettorale delle presidenziali in Brasile, una delle consultazioni più incerte della storia del Paese (due turni, il 5 e il 26 ottobre) Marina Silva, candidata per il Psb (Partito Socialista Brasiliano) al posto del defunto leader Eduardo Campos, si conferma il personaggio forse più controverso, della storia politica brasiliana.

Comparata all’immobilismo dei due pretendenti più autorevoli, Dilma Rousseff, che ha raccolto la gravosa eredità di Inàcio Lula da Silva, incapace però di consolidare il patrimonio di voti lasciato dal suo predecessore, e Aécio Neves, candidato Psdb, il partito conservatore per eccellenza, arroccato nella difesa dei privilegi di quel 15-20% che rappresenta la classe alta del Paese, la leader Psb potrebbe rappresentare la freschezza di una novità che il Paese attende dai tempi del primo Lula.

Spiccano però le contraddizioni del suo programma politico, un’arma a doppio taglio: in grado di ferire e raccogliere consensi da tutti gli strati sociali del Paese, ma anche di ritorcersi contro di lei, per via delle feroci critiche che provengono dagli stessi segmenti elettorali.

A cominciare dalla religione: pentecostale fervente, in un Paese a tradizione cattolica, dal 2011 animato dall’ascesa delle chiese protestanti, che oggi raccolgono circa la metà dei fedeli; svettano, tra queste, le Assemblies of God, le Assemblee di Dio, perno della Chiesa Pentecostale, di cui Marina è promotrice. Soprattutto castigatrice di costumi, contro le unioni omosessuali, in un Paese dove gay, transessuali e lesbiche rappresentano una fetta consistente dell’elettorato laico. Capace, per il suo personalismo, di attirare su di sé anche gli strali di un‘icona evangelista come Edir Macedo, leader di Igreja Universal do Reino de Deus, uno tra i religiosi più ricco del Pianeta, 41° nella lista dei potenti brasileiri. Il quale, sembra ora appoggiare la cattolica Dilma contro Marina. La sua origine, poverissima, nello Stato amazzonico di Acre, discendenza afro-brasiliana, e la carnagione scura, non l’hanno aiutata molto a trovare il consenso della sua gente, che, prevalentemente, ha sempre appoggiato il Pt (Partido dos Trabalhadores) di Lula. Nei sondaggi di Datafolha, la Silva sembra raccogliere proseliti, proprio pescando nelle classi medio-alte del Paese, a prevalenza bianca. Quanto siano attendibili questi sondaggi da parte del Gruppo Folha, che possiede uno dei giornali più conservatori del Brasile, sul quale Neves scrive come editorialista, è tutto da dimostrare. Sta di fatto che, oramai, negros e mestiçoes (Afro Brasiliani e meticci) i quali rappresentano il cosiddetto elettorato excluìdo (escluso) si sono accorti di essere dei fantasmi nella realtà quotidiana, senza potere di acquisto, con salari che non reggono l’aumento del costo della vita, frustrati da servizi sanitari pessimi, e scuole fatiscenti, a fronte di un liberismo economico bianco, che privatizza sanità, istruzione e quant’altro.

Una tendenza che contagia la classe media, profondamente indebitata da quel meccanismo perverso di carte di credito, patrocinato dalle stesse finanziarie che promuovono la privatizzazione dei servizi.

E il Pt, invischiato in scandali come Petrobras, la multinazionale del petrolio, legata alla classe media da tanti piccoli investimenti in obbligazioni, rischia di mettere a rischio Dilma, a causa delle veementi accuse di corruzione.

Ma è proprio sotto il profilo della tutela dei diritti della comunità afro-brasiliana (che rappresenta almeno un terzo degli elettori) che si gioca la partita finale del duello Dilma-Marina, se si dà per scontata la sconfitta di Neves al primo turno; sfogliando i programmi delle compagini in lizza, ci si accorge che quello della “democratica” erede di Lula, non dedica più di 42 pagine ai diritti violati dei “negros” e degli indios, meno ancora dello stesso Psdb, che si attesta a 76. Mentre la Silva snocciola ben 242 pagine, dalle quali emergono in particolare i diritti al possesso della terra degli indios amazzonici, rivendicazioni che Marina ha sostenuto fin dall’inizio della sua carriera, che le sono costate anche le dimissioni da ministro dell’Ambiente, quando ancora faceva parte del Pt. L’assegnazione di terreni ai quilombolas, gli eredi degli schiavi, che oggi vivono in comunità indipendenti, è un altro dei punti forti a favore delle minoranze, sostenuto da Psb.

Di nuovo emerge una forte contraddizione, proprio a causa dello schieramento religioso della candidata: evangelisti e pentecostali, sono sempre stati contro i riti animisti che caratterizzano i neri, quali sono candomblè e macumba. Tradizioni tollerate dalla religione cattolica, che le perseguitò nel passato.

L’accusa principale rivolta al programma della Silva, riguarda la parte economica: il ruolo della Banca Centrale, di cui la candidata rivendica l’autonomia dal Governo Federale. In un Paese dove le finanziarie stanno portando sconquassi sociali, dare maggiore autonomia all’organo finanziario per eccellenza, sembra un controsenso che mette a rischio tutta la bontà, teorica, contenuta nei punti che riguardano le tutele sociali.

Con i latifondisti e i grossi gruppi immobiliari, che nicchiano, i quali, se appoggiano la Silva lo fanno essenzialmente per evitare vincoli e controlli.

Non ultimi, gli Stati Uniti, la cui amministrazione sogna da sempre un Brasile svincolato dal sodalizio Brics, più vicino alle mire del Fondo Monetario.

Che il futuro post elettorale brasiliano sia un azzardo è fuor di dubbio.

Un azzardo simile a quello europeo/mediterraneo, di connotati sud-americani.