“Abbiamo un pubblico variegato, facendo molto uso del ritmo (leggasi elettronica ndr.) c’è gente che viene ai nostri concerti anche solo per ballare”. Così Max Casacci, intellettuale serafico del gruppo, alla presentazione del nuovo album dei Subsonica. Al netto dell’onestà del chitarrista, Una nave nella foresta sembra pronto per il live (“molto interattivo”, promettono ma l’unica cosa disposti a dichiarare in merito è che si tratterà del primo tour italiano a non prevedere alcuna illuminazione a incandescenza, un po’ sulla falsariga dell’esperienza Radiohead) molto più dei precedenti, nonostante la formula non sia cambiata granché. Vale a dire un mélange di elettronica e pop su tutto e qualche accenno a suoni un po’ più rock: in definitiva una messa a punto di quanto già collaudato in Microchip emozionale e Terrestre. La differenza più evidente, pur minima, sta forse proprio nella voce di Samuel: un po’ meno esasperatamente nasale di come l’abbiamo sempre ascoltata. Il marchio rimane, intendiamoci, ma è come se – nelle ballate ma non solo – si fosse un po’ “normalizzata”. Canonizzata. E non è detto che sia un male. Anzi. I cinque torinesi hanno voglia di ritrovarsi, dopo tre anni vissuti da ognuno sui propri progetti paralleli. E togliersi qualche sassolino dal cappello: “Un gruppo rock non si può dire tale se non è stato truffato da almeno due manager” scherza Samuel togliendo d’impaccio il batterista Enrico Matta incespicato in un dire-non-dire a proposito di beghe passate con i produttori.

“Individuale ma non individualista” è un altro claim che ricorre spesso in questo disco e ancor più nella sua lavorazione: riferimento reale un po’ per tutti nella band la figura di Don Gallo. Luca Vicini l’argomenta dal punto di vista del cuoco (lui) “che deve unire cinque diverse sensibilità, cercando di farle convergere tutte verso il buon gusto, creando armonia anche a tavola”. E il piatto (il disco) in effetti nei suoi dieci ingredienti (tracce) sembra armonioso. Non rivoluzionario, non cambierà i parametri di giudizio del Gambero Rosso (o di Billboard), ma ben preparato. In chiusura c’è l’unica collaborazione presente in tutto l’album e stavolta non si tratta di un collega musicista. Neanche di un cuoco, per carità, bastano i tanti sul grande schermo ormai. C’è invece Michelangelo Pistoletto, “l’unico artista con cui ci sentissimo allineati al momento della realizzazione di questo disco” lo chiosa sempre Samuel. Pistoletto compare anche con un breve recitativo nel brano che prende il nome dalla sua opera più nota, il Terzo Paradiso. Un concetto, esplicatosi poi in parole e soprattutto immagini, secondo cui natura ed emancipazione tecnologica – rispettivamente primo e secondo paradiso – riescano a trovare una sintesi che permetta all’uomo una vita più consapevole e responsabile. Il tutto firmato da Pistoletto con un terzo cerchio che va ad aggiungersi ai due che simboleggiano l’infinito. Il rischio principale di Una nave nella foresta – e ce lo dirà solo il tempo, giudice sempre inappuntabile di un disco e soprattutto della sua tenuta nel mare dell’arte – è la sovrabbondanza di suoni. Di produzione. Mitigata forse rispetto al passato, ma comunque costante in tutto l’arco dell’album. Un rischio peraltro abbastanza congenito e connaturato alla musica dei Subsonica, al loro decisivo ricorso a sintetizzatori ed elettronica in genere. Si facciano girare una volta in più nel lettore Di domenica, Licantropia, Lazzaro e I cerchi degl’alberi. Il rischio, almeno nella fruizione immediata, potrebbe essere scongiurato. Di Andrea Di Gennaro