“Siamo gente di mare, lavoriamo in mare e sappiamo cosa significa morire in mare”. Con queste parole i pescatori lampedusani hanno voluto ricordare la strage peggiore del Mediterraneo dalla fine della guerra, quando, un anno fa, di fronte all’Isola, un barcone di migranti si inabissa causando la morte di quasi 400 persone. Nel punto della tragedia, dove a 40 metri di profondità giace il relitto, ora c’è una boa e i pescatori hanno lanciato una ghirlanda di fiori. “Siamo a un miglio da Lampedusa, erano quasi arrivati”, ricorda un marinaio che, insieme agli altri, ha prestato aiuto alla Guardia Costiera. “Qualche corpo a galla lo abbiamo sempre trovato – ammette un pescatore – Ma un’ecatombe così nessuno l’aveva mai vista. Non deve succedere più”. Ma questi uomini di mare sanno bene che con il disimpegno della missione Mare Nostrum e con l’inverno alle porte ci saranno presto altri lutti. “Lampedusa è il simbolo del fallimento delle politiche italiane sull’immigrazione”, attacca Totò Martello, presidente del Consorzio pescatori di Lampedusa, che continua: “Con la fine della missione della Marina militare e la riapertura del centro per immigrati sull’Isola saremo punto a capo. Quindi non capisco la passerella di vip e politici giunti sull’Isola per ricordare con ipocrisia questa grandissima tragedia”   di Lorenzo Galeazzi