È notte. Un gruppetto di persone che indossano pettorine di Occupy Central muove verso alcune transenne ad Admiralty, nel cuore della protesta. Cerca di tagliare i nastri che le tengono legate e di rimuoverle, ma immediatamente la folla dei giovani manifestanti li circonda. C’è tensione. Un uomo di mezza età che fa parte del gruppo spiega: “Vogliamo spostarle per far passare i rifornimenti”. Alla fine, la polizia scorta via il gruppetto, mentre alcuni commentano “non c’è bisogno di questo servizio d’ordine” e altri “la protesta non deve essere sequestrata da Occupy Central”.

Le varie anime del movimento di Hong Kong sono la sua ricchezza ma anche il suo problema. Fin dall’inizio, quando gli studenti hanno imposto alla leadership dei “cinquantenni” di anticipare la mobilitazione occupando l’area di Tamar – di fronte ai palazzi governativi – le due componenti anarco-giovanile e liberal-professorale hanno convissuto facendo finta di nulla. Il nemico comune, il Chief Executive Leung Chun-ying e la Cina alle sue spalle, unisce. Così come l’obiettivo: una democrazia “genuina”.

Ma le differenze restano. E ora c’è pure il movimento sindacale, con la Hong Kong Confederation of Trade Unions che ha già mobilitato ventuno sigle per chiedere diritti sostanziali: pensioni, orario di lavoro, contrattazione collettiva, salario minimo, alloggi calmierati. Alex Chow, il leader della Federazione degli Studenti, ha appena promesso di occupare l’area antistante il palazzo del governo se Leung non si dimette. Escalation inevitabile, tensione nell’aria.

Così, in una città (e in una civiltà) dove anche all’apice dell’agitazione non si perde mai di vista il business as usual, aumentano le voci di coloro che vogliono una “normalizzazione” del movimento. Magari sono anche d’accordo con le sue ragioni, ma il disordine fa spavento. Nell’Oriente confuciano, il caos non è mai creatore. C’è da considerare che qui c’è chi pensa che un blocco stradale dovrebbe comunque lasciar passare persone, macchine e tram. La contraddizione aristotelica non è di questo mondo.

I normalizzatori si annidano ovunque. Nella “maggioranza silenziosa”, che protesta perché i ragazzi fanno rumore, ma anche nelle redazioni e negli stessi simpatizzanti del movimento. Alex Lo, autorevole columnist del South China Morning Post – giornale che per ora accompagna Occupy con simpatia – dice che il movimento “ha lasciato scappare il genio dalla lampada” senza avere la benché minima idea di dove andare a parare, dato che le dimissioni di Leung non risolvono nulla e la riforma voluta da Pechino non può essere cancellata con un colpo di spugna, altrimenti si torna al vecchio sistema. In un editoriale dello stesso giornale, si legge che è tempo che i maturi “pan-democratici” prendano la guida della protesta, altrimenti la situazione di stallo darà il via libera ai radicali.

Stephen Vines, un imprenditore del catering, sostiene che la comunità del business deve starsene alla larga sia da Occupy – il riferimento è a chi rifornisce di cibo i manifestanti – sia da un appoggio esplicito al governo, che per inciso è da sempre espressione del mondo degli affari. Lo chiama pragmatismo: “Non dobbiamo rischiare che il movimento diventi anticapitalista”.

A livello di strada, si moltiplicano gli episodi di cittadini che singolarmente o a gruppetti, si avvicinano ai sit-in e “sgridano” i manifestanti: piccole proteste contro la protesta. Dalle nostre italiche parti e in altri tempi li avremmo chiamati provocatori e “allontanati”; qui, diventano espressione del bravo hongkonghino che si sente violato nel suo diritto di andare al lavoro o a fare la spesa.

Così, dicono indiscrezioni, la nuova tattica che il governo cinese ha “suggerito” al bistrattato Leung è semplicemente quella di aspettare che il movimento si consumi da sé o susciti le ire degli hongkonghini “obbedienti”. Durante le cerimonie della festa nazionale, Zhang Xiaoming, direttore dell’ufficio di collegamento tra i due governi – cioè il più importante uomo di Pechino a Hong Kong – ha risposto alle domande dei media sulle proteste con una semplice frase: “Il sole sorge, come al solito”.