Ops abbiamo sbagliato, se l’Italia è di nuovo in recessione è (anche) colpa nostra. È questo il messaggio tra le righe della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, cioè la base su cui verrà impostata la legge di stabilità. Nel testo elaborato dal ministero del Tesoro e approvato dal Consiglio dei ministri di martedì, ma pubblicato ieri, si legge che la colpa della mancata crescita italiana è da dividere a metà tra crisi internazionale e errori del governo.

Le previsioni sulla crescita economica in questi anni sono sempre sbagliate. Il Tesoro ha toppato completamente: ad aprile stimava per il Pil 2014 un +0,8, nella Nota di aggiornamento deve ammettere che invece si ridurrà di -0,3. Una differenza di oltre un punto percentuale, enorme. Nella Nota i tecnici del ministro Pier Carlo Padoan spiegano che le stime del governo erano solo di poco superiori (0,1) rispetto a quelle del consensus, cioè della media delle aspettative delle principali istituzioni e società di previsione.

Il problema è che sono cambiate alcune delle variabili di fondo. È scoppiata la crisi Ucraina, poi quella di Gaza, la Libia è sprofondata nel caos, l’Isis ha iniziato la sua campagna di terrore: tutto questo ha ridotto la crescita di mezzo punto di Pil, un -0,5 attribuito a “variabili esogene internazionali”. Il resto è colpa dell’Italia, del governo e della burocrazia. La diagnosi, scritta da Padoan ma sottoscritta da Renzi, è implacabile: “Le riforme effettuate pur avendo iniziato a produrre un miglioramento strutturale non sono state ancora in grado di invertire la tendenza ciclica, mentre il policy mix continua a rimanere non favorevole influenzando pertanto in senso negativo l’andamento della domanda aggregata”. Tradotto dal gergo ministeriale: le scelte del governo Renzi non hanno aggredito la crisi, forse hanno messo la base per la crescita di un domani lontano, ma per ora non producono effetti.

Le misure che dovevano contrastare la recessione non stanno funzionando. Il pagamento dei debiti arretrati della pubblica amministrazione, per esempio: i soldi sono stati stanziati, in gran parte erogati agli enti che devono pagare , ma arrivano alle imprese in modo “più graduale” del previsto. E questo determina una crescita mancata di 0,5 punti di Pil, circa 7,5 miliardi di euro.

Il premier rivendica di aver risolto il problema, combinando vari meccanismi di pagamento, ma l’effetto benefico sull’economia non si vede. Può consolarsi, però: anche i miracoli promessi dai suoi predecessori, Mario Monti ed Enrico Letta, non stanno dando i risultati previsti: le riforme 2012-2013 (con i vari Cresci Italia, Semplifica Italia, decreti sviluppo ecc) sono sotto le attese dello 0,2 per cento del Pil. Unico segno in controtendenza: il decreto che ha stabilito il bonus da 80 euro, il punto più forte del programma di Renzi. Ha contribuito in modo positivo alla crescita. Ma di quanto? “Il provvedimento, pur pienamente operativo a partire dalla seconda metà del 2014, presenta un valore positivo soltanto dal 2015”. Quindi per ora proprio nessun beneficio, se non il 40,8 per cento ottenuto dal Pd nelle ultime elezioni europee. Il governo scrive anche che la riforma della Pubblica amministrazione, ancora in corso, non produrrà un aumento del Pil di 0,2 nel 2015, ma solo di 0,1. E quella del Lavoro non di 0,3 ma un terzo, cioè 0,1 (segno che abolire l’articolo 18 non innescherà alcun boom), anche l’impatto delle “misure per la competitività” è dimezzato, da 0,2 a 0,1.

I miracoli si rivelano sempre virtuali, le cattive sorprese future concrete: la prima nel Def è un possibile aumento dell’Iva che vale 12,4 miliardi nel 2016 e sale fino a 21,4 nei due anni successivi, un salasso che scatta in automatico se il governo non riesce a ridurre il debito secondo il ritmo previsto dai vincoli europei in modo da arrivare al pareggio di bilancio nel 2017. E questo è soltanto l’inizio, la sessione di bilancio è appena cominciata.

Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2014