A chi appartengono i morti di Lampedusa?
Ce lo chiediamo da un anno. Dal 3 ottobre di 365 giorni fa.
Ce lo chiediamo assistendo, qui nell’isola in questi giorni, ad un dibattito che si snoda tra la rete e i giornali, la Tv e la radio, tra bar e panchine, spiagge assolate e cocktail all’happy hour, tra forum e spettacoli teatrali, musica e buffet, eventi e controeventi, manifestazioni di sdegno e contromanifestazioni d’impegno.

A chi appartengono i morti di Lampedusa?
A quelli che rendono la vita impossibile ai parenti delle donne e degli uomini che non hanno alternative e devono lasciare il loro paese? Si chiamano multinazionali. Hanno eserciti di miliziani mercenari e il cervello occupato per metà dalla finanza internazionale e per metà dal traffico di armi e di organi.

A chi appartengono i morti di Lampedusa?
Sono nei registri delle istituzioni nazionali e sovranazionali la cui lentezza e miopia traduce i morti in numeri senza corpo? Quei morti affondati o galleggianti sono nella testa dei cittadini benestanti dell’occidente che difendono i propri piccoli privilegi dietro allo spettro della crisi? Non sanno che la retorica del “non riesco ad arrivare alla fine del mese” è condita da acqua potabile, doccia calda e un tetto sulla testa? Non hanno capito che i veri poveri vivono senza tetto né legge, che per loro l’acqua potabile è una fontana a venti chilometri di distanza e i diritti un miraggio oltre il deserto e il mare?

A chi appartengono i morti di Lampedusa?
Sono copyright degli intellettuali che traducono il dolore in letteratura? Diritti d’autore per quelli che dicono “bello!” indicando il relitto di un barcone?

A chi appartengono i morti di Lampedusa?
Ai sempre-duri e sempre-puri, professionisti dell’indignazione che si oppongono a tutti e hanno le mani pulite perché se le tengono in tasca?
Oppure sono carne e sangue consacrata al Dio con l’occhio nel triangolo.
Oppure a quell’altro della mezzaluna. Da queste parti si chiamano “turchi” quelli che vengono dal sud del mare.

Ieri è passato Erri De Luca da quest’isola dove seimila teste esprimono centomila opinioni. Voleva andarsene da solo in mezzo a quel mare nel quale sono morti tanti concittadini stranieri senza nome e ci ha chiesto di far sentire le parole che aveva voglia di dire.
Ha buttato un mucchio di sale affinché la ferita non si rimarginasse.

A chi appartengono i morti di Lampedusa?
Lo diceva il suo conterraneo Totò  

Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”