La dichiarazione è arrivata a sorpresa dal palco della direzione del Pd. “Domani (oggi, ndr) approveremo la nota di aggiornamento al Def – ha detto Matteo Renzi – e nella legge di Stabilità, che va presentata entro il 15 ottobre, l’impegno è di mantenere il bonus di 80 euro per 11 milioni di persone e immaginiamo di avere 1 miliardo e mezzo a disposizione per nuovi ammortizzatori sociali: è la prima volta che questo accade, vorrei sottolinearlo ai teorici del thatcherismo”. Al di là delle battute contro la sinistra del partito, l’annuncio del premier ha fatto sobbalzare in contemporanea sia i tecnici del ministero dell’Economia che quelli della Ragioneria dello Stato. Ai quali nessuna carta era stata fatta pervenire prima, come accade di solito, per poter essere controllata dal punto di vista contabile in vista dell’approvazione nel consiglio dei ministri. Una serie di domande sono subito corse da un dicastero economico all’altro: Renzi dove intende trovare i soldi per gli ammortizzatori sociali? E per il Tfr? Si è quindi attivato un tam tam telefonico tra tecnici ministeriali e governativi per capire su quali basi si fondassero le parole del premier. Perché i conti, a questo punto, non tornavano più rispetto a quanto era stato fatto valutare agli stessi tecnici del Mef e alla Ragioneria la settimana scorsa, quando Renzi era in America. E che, secondo la prassi, sarebbe dovuta entrare senza ulteriori correzioni sul tavolo di Palazzo Chigi. Invece, una nuova doccia fredda.

Che si basa su questi punti: come può pensare il governo, si diceva ieri mattina presto nelle stanze del ministero, di riuscire contemporaneamente a tagliare il costo del lavoro (come chiedono le imprese e Confindustria), dare il Tfr in busta paga a chi prende 1500 euro al mese (chi li dà i soldi alle imprese che non hanno accantonato?) e, soprattutto, con l’attuale quadro macroeconomico, come si può pensare di estendere gli ammortizzatori sociali? Per fare questa manovra, sempre a detta dei tecnici del Mef, servirebbero almeno 5 miliardi di euro (per cominciare) e in cassa ce n’è appena uno con cui rifinanziare (forse) gli 80 euro. Dunque? Anche la Ragioneria ha chiesto spiegazioni e così le carte sono partite alla volta del dicastero di Padoan e verso la Ragioneria proprio per valutare l’impatto di queste “proposte”. Così il consiglio dei ministri è stato fatto slittare dalle 11 alle 18,30. Sette ore e mezzo per rimettere a posto un documento che, a quanto sembra, non quadrava. E ancora non quadra.

Due i punti sotto la lente degli enti di controllo, principalmente l’idea del governo di tagliare di nuovo il costo del lavoro attraverso una riduzione dell’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive, il balzello più inviso alle imprese. Palazzo Chigi si è detto pronto a mettere sul piatto altri 2 miliardi di euro. Un ulteriore taglio del 10% farebbe scendere il prelievo al 3,15% dal 3,5% attuale. Tuttavia, avanza un’altra ipotesi, più gradita alle imprese: quella di rendere deducibile dalla base imponibile Irap il costo del lavoro. Azzerarlo del tutto avrebbe costi al momento proibitivi, ma anche solo per far questo servono due miliardi. Che, ovviamente, non ci sono.

Non solo. Ad allarmare la rete delle piccole e medie imprese, l’idea di inserire il Tfr in busta paga, pari a circa 50/60 euro al mese per molti lavoratori. Ecco, molte imprese quel denaro non l’hanno accantonato secondo la legge, per mancanza di liquidità a causa della crisi. E metterlo in busta paga significherebbe chiedere prestiti in banca, indebitandosi quindi ulteriormente. “Per i lavoratori – ha ricordato il presidente di Rete Imprese, Giorgio Merletti – il Tfr è salario differito, per le imprese un debito a lunga scadenza. Non si possono chiamare le imprese ad indebitarsi per sostenere i consumi dei propri dipendenti”. Non è, invece, un caso se l’ipotesi messa in campo da Renzi ha invece trovato il plauso dell’Associazione Bancaria Italiana pronta ad elargirne nuovi prestiti a “tassi agevolati”.

Un quadro, insomma, che andava ben ponderato, prima di essere annunciato. Ma, evidentemente, la fretta e le scadenze incombenti hanno prodotto un nuovo pasticcio che ora andrà sbloccato, in qualche modo. Anche perché, secondo lo stesso Padoan, la crescita italiana sarà negativa e dovrebbe attestarsi in un range fra il -0,2 e il -0,4% ben al di sotto della più ottimistica previsione dello scorso aprile (+0,8%). Il segno positivo sulla crescita si vedrà soltanto dal 2015, quando il Pil dovrebbe tornare a viaggiare a ritmi dello 0,5% (nelle vecchie stime era +1,3%). In peggioramento anche il deficit/Pil che dovrebbe attestarsi intorno al 2,8%-2,9% sia quest’anno che il prossimo (nelle precedenti stime nel 2014 il disavanzo si sarebbe dovuto collocare al 2,6%). Tuttavia, Renzi ha chiarito che sarà rispettato il tetto del 3% perché “il danno reputazionale dal non rispettarlo sarebbe più grave dei vantaggi che avremmo nel superarlo”. Si profila invece lo slittamento di un anno del raggiungimento del “close to balance” (al 2016) e del pareggio di bilancio pieno al 2017. Quanto al debito, per effetto del nuovo metodo di calcolo basato sulle regole europee, dovrebbe essere in calo e attestarsi sotto il 130% del Pil. Nella Nota che dovrebbe essere varata da Palazzo Chigi, ci dovrebbero essere anche le previsioni programmatiche che tengono conto dell’impatto delle riforme in cantiere. In pratica, verranno riportati anche gli effetti finanziari delle misure che il governo intende adottare nella legge di Stabilità, da approvare entro metà ottobre e che dovrebbe avere un’entità fra i 15 e i 20 miliardi di euro. Se Renzi davvero vuole tagliare l’Irap e investire sugli ammortizzatori sociali, questa cifra potrebbe essere corretta al rialzo. E non è detto che i conti tornino.