In questi giorni una esponente di Fratelli d’Italia-An ha criticato il Festival del Cibo di Strada di Cesena per aver invitato tra i suoi stand gastronomici anche l’India, paese, a suo dire, “da colpire” per il trattamento riservato ai marò.

Quest’estate il sindaco ed europarlamentare leghista di Borgosesia (Vercelli) ha stabilito che i cittadini indiani residenti nella sua cittadina non avrebbero potuto accedere alle sovvenzioni comunali senza prima sottoscrivere una dichiarazione di condanna dell’atteggiamento del Governo di Delhi sulla vicenda dei marò. “I cittadini indiani che vorranno fare ricorso alle sovvenzioni previste per i residenti in Italia dovranno anche fare richiesta, nella stessa dichiarazione, della liberazione dei marinai italiani.”

In primavera, un politico lombardo ha imposto il divieto di girare a Lecco alcune riprese di un film bollywoodiano, anche se pare che la produzione avesse già deciso di andarsene altrove. A febbraio, il concorso di bellezza riservato a ragazze italo-indiane “Miss India Italy” previsto a Bari, è stato “rimandato in data da definire”. A gennaio il sindaco di Arzignano (Vi), dove la comunità indiana è di quasi 1500 persone, ha rifiutato l’invito di partecipare alla festa della Repubblica Indiana al Consolato di Milano, in sostegno ai due militari. Pure all’Expò di Milano, Forza Italia e Fratelli d’Italia avevano tentato di boicottare lo stand indiano, ma con italica armonia non erano riusciti a raggiungere il quorum. Questa invece è una frase che ho sentito in un ristorante romano dalla voce di un gallerista d’arte: “E questi stupratori sarebbero quelli che devono giudicare i nostri marò?” Uno status update di “Salviamo i nostri Marò -Comunità Facebook” proclama invece: “Ricordiamo i nostri marò, da tempo immemore prigionieri dei barbari indiani.”

Questi non sono sfoghi o episodi così rari nei luoghi pubblici, sui social network, nelle bettole dello sproloquio viscerale che si dipana spesso tra commenti sempre più esaltati e ignoranti.

Dall’inizio della crisi dei marò ad oggi, non dai primi mesi in cui il caso annegava nella noncuranza, ma da quando s’è capito che il processo non solo non si risolveva in fretta, ma non accennava proprio a iniziare, è nata una nuova categoria di arrabbiati: quelli che cercano di interpretare ogni notizia in arrivo dall’India per dimostrare quanto ingiusto sia il trattamento subito dai due fucilieri di marina italiani. E quelli che pensano che penalizzando o mettendo pressione sui cittadini indiani che vivono in Italia possa aiutare in qualche modo a far sì che l’esecutivo faccia pressioni sul sistema giudiziario indiano.

È indubbio che il trattamento sia irrispettoso di un giusto processo e che il pasticcio sia grave e che a farne le spese siano i diritti dei due marò. Ma serve davvero abbrutirsi e incaponirsi contro i cittadini indiani residenti in Italia? Serve denigrare un intero paese e i suoi abitanti a causa del suo sistema giudiziario?