Nomen omen: due delle categorie più emblematiche delle sistematiche violazioni della libertà di mercato che caratterizzano il Belpaese hanno anche un nome che inizia allo stesso modo. L’Italia è ben rappresentata dai tassatori (a partire dai vertici fino agli ultimi anelli della catena, i tassatori comunali) e dai tassisti, o come dicono a Roma i tassinari, membri di un cartello legale che tiene alla larga ogni forma di competizione, a tutto svantaggio dei consumatori. Mentre continuano a giungere notizie di violenze e minacce perpetrate dai bulli del tassametro ai danni di conducenti Uber (la celebre mobile-app che mette efficacemente in contatto persone che desiderano pagare soldi in cambio di un trasporto in automobile con persone che desiderano fornire un passaggio in automobile in cambio di soldi, sia che si tratti dei più professionali Ncc che dei più “democratici” autisti di UberPOP), assistiamo anche ad una sempre più stretta collaborazione tra le due categorie di cui sopra.

I primi preferiscono privilegiare gli interessi particolari di 50mila persone, limitando la scelta degli altri 60 milioni di italiani (e costringendoli a pagare tariffe più alte, una vera e propria “tassa di oligopolio legale”) e massacrando chi decide di offrire un servizio con sanzioni pesantissime, il tutto per mere questioni elettorali (i consumatori purtroppo sono troppo dispersi per fare lobby, mentre i tassinari sono molto compatti e pure molto convincenti in quanto a metodi). I secondi, invece di prendersela con chi li ha fregati all’origine, e cioè con quegli stessi tassatori comunali che li hanno costretti a sborsare un sacco di soldi per “comprare” l’accesso alla professione, tramite un sistema di licenze artificialmente limitate, preferiscono accanirsi contro chi non ha responsabilità di sorta, ma cerca magari di sbarcare il lunario facendo qualcosa di utile e di richiesto.

Non solo: c’è anche da aggiungere che, nel momento in cui sono riusciti a comprarsi la tanto agognata licenza, i tassinari lo hanno fatto ben consapevoli che quello era un investimento che per un certo periodo avrebbe garantito un profitto, proprio grazie al mercato politicamente drogato di cui sopra: dopo tanti anni in cui hanno goduto della scarsità artificiale, ora cominciano la loro battaglia senza senso contro la tecnologia e il mercato; ma quando un imprenditore sbaglia un investimento, o quando quest’ultimo non rende più, l’imprenditore ne prende atto! La simpatica lobby dei tassisti, invece, continua la sua azione di pressione sulla politica per tentare di estromettere la concorrenza con le maniere forti.

 

Tutto ciò è assurdo: è come se i tabaccai, quando venne decisa l’abolizione della licenza sul sale, avessero iniziato a malmenare i cassieri dei supermercati. Pensate che quando noi del Tea Party abbiamo contattato i vertici di Uber per organizzare un evento pubblico ci hanno risposto che sarebbe servito un importante servizio di scorta (basta vedere i precedenti di Milano e Bologna per capire il perché). Comunque, in un modo o nell’altro, questo incontro lo faremo, non la daremo certo vinta ai violenti. E alla fine anche loro dovranno rendersi conto che, alla lunga, i “fabbricanti di candele che chiedono di vietare il sole” rimangono a bocca asciutta, mentre chi si adatta al mondo che cambia rimane sul mercato.

Il discorso è comunque generale e non riguarda solo il trasporto: giusto qualche giorno fa abbiamo manifestato davanti alle sedi della Rai per chiederne la privatizzazione (le motivazioni le trovate qui). Ebbene, pensiamo a Netflix, il servizio di streaming on demand che potremmo in un certo senso definire “l’Uber del mercato televisivo”: guarda caso in Italia ha vita difficile, soprattutto per un problema legato ai “diritti”. Si tratta, in tutti i campi, di un paese dove comandano tassatori e tassinari. Altro che “Italia”: per coerenza con questa radice linguistica, si dovrebbe chiamare “Tasmania”.