Leggiamo su L’Espresso di un progetto di riforma della gestione penitenziaria che partirebbe dalla testa stessa di Matteo Renzi e che sarebbe affidato nell’elaborazione concreta alla guida del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Non troppe settimane fa Gratteri, proprio alla festa del Fatto Quotidiano, aveva parlato di chiudere il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per risparmiare denari. Quella che avevamo inteso come poco più di una battuta era, pare, una linea riformatrice ben chiara.

Del funzionamento delle nostre carceri concordo che ci sia molto da riformare. Antigone è da sempre parte di tale dibattito. Ma per riformare non basta cambiare l’esistente: bisogna pur guardare in quale direzione si decide di effettuare il cambiamento. L’articolo de L’Espresso conteneva solamente anticipazioni generiche, dunque aspettiamo di vedere un qualche documento più effettivo e dettagliato per esprimere giudizi di merito precisi. Qualcosa però si può cominciare a notare. Innanzitutto una particolarità di tutti questi dibattiti da spending review: nel valutare se e come si possano risparmiare i troppi stipendi dirigenziali di amministrazioni quali quella penitenziaria, mai si cita la possibilità di abbassare drasticamente l’importo degli stipendi stessi. O si cancella il posto di capo Dap pagato uno sproposito, oppure lo si tiene così com’è (e lo stesso dicasi per i 15 dirigenti generali). Tertium non datur. Portarlo a 3.000 euro – uno stipendio dignitoso, superiore a quel che guadagniamo in tanti, ma certo non sfacciato – sembra inconcepibile.

In secondo luogo: l’amministrazione penitenziaria è un’amministrazione pubblica pachidermica, con decine di migliaia di dipendenti, dalle cui decisioni dipende la sorte di altre decine di migliaia di persone. Il piano di Gratteri che prevede la soppressione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria farà risparmiare, si dice, centinaia di milioni di euro. Posto che, fortunatamente, non si arriverà a misure greche di licenziamento pubblico, quei lavoratori verranno dislocati altrove. Ma se una struttura alternativa al Dap e ben più snella è dunque considerata sufficiente a gestire le prigioni italiane, non si potrebbe già ora snellire il Dipartimento stesso mandando i lavoratori là dove serve e risparmiando lo stesso quei soldi?

Infine, la parte più delicata: si pianifica di eliminare la polizia penitenziaria e farla confluire in un diverso corpo di polizia che abbia compiti di ordine pubblico dentro e fuori dal carcere. Sarebbero esponenti di questo corpo di polizia a dirigere le carceri al posto degli attuali direttori. Su questo si stia davvero attenti. Una riforma in questa direzione potrebbe riportare il sistema indietro di molti decenni, collocandoci al di fuori di ogni prospettiva legata agli organismi internazionali sui diritti umani. L’amministrazione penitenziaria ha una mission chiara, sancita dalla stessa Carta Costituzionale. Nelle carceri italiane lavorano tantissime persone di grandissimo livello professionale senza le quali non si sarebbe mai passato il tempo della crisi. Ci si dimentica di educatori, assistenti sociali, psicologi che hanno fatto miracoli in assenza di risorse. Le competenze che servono dentro una prigione non sono quelle che servono per la strada ai tutori dell’ordine. Il direttore di un carcere, così come tutti gli operatori che vi lavorano, deve avere una formazione ampia, legata – oltre che al management – ai diritti umani, alla più alta giurisdizione, alla capacità relazionale.

Da sempre andiamo dicendo che la polizia in carcere non può avere il solo ruolo di aprire e chiudere cancelli. Su questo concordo pienamente con Gratteri. I poliziotti devono avere compiti di responsabilità e impegno nella gestione della pena. Tutto il lavoro fatto in questi anni sulla cosiddetta sorveglianza dinamica – un modello di custodia che ha dato ottimi risultati anche in termini di abbassamento della recidiva, basato non sulle barriere fisiche quanto piuttosto sulla responsabilizzazione dei detenuti – non era dispendioso e andava nella giusta direzione. Ma non può andarvi una riforma che pensa a risparmiare soldi gestendo un carcere con i soli strumenti dell’ordine pubblico.