Ricordo molto bene un professore, che insegna relazioni internazionali, sedersi di fianco a me in una trasmissione e illustrare la situazione in Siria adoperando le categorie del Rugby (sport che evidentemente ama molto). Quando parlava, pareva che un raid aereo dell’azione siriana fosse uno “strike” e il numero dei morti il “punteggio”. Non posso neanche scordarmi di una inviata che scriveva su Facebook, mentre era a Damasco, di aver mangiato una pizza buonissima in un localino a Bab Sharki (nel quale mangiai anche io nel 2009) e che la luna piena era magnifica quella sera. I colpi di mortaio sulla periferia di Damasco e l’aria carica morte erano solo un dettaglio, trascurabile a causa della pizza.

“L’indignazione” è qualcosa che non chiedo più e che nessuno, in Siria, si aspetta. D’altronde, basta farsi un giro a Damasco per trovare i locali pieni di gente intenti a ballare il dabke e divertirsi, mentre Aleppo viene seppellita sotto le bombe. Un amico siriano, di recente andato in Siria, mi disse di aver noleggiato una macchina e di essersi recato fino a Latakia solo per vedere il mare. “La Siria è bellissima!” mi disse convinto, e continuò “peccato che Damasco si è riempita di stranieri (iraniani e iracheni)”.

Quello che si nota, di tutta questa vicenda, è che manca la “verità storica”. “Qual’è questa verità?”, si chiederà più di uno. Essa è rappresentata dall’ammissione, senza se e senza ma, che “il regime siriano sia una dittatura che ha massacrato per oltre mezzo secolo i suoi cittadini”. Più di uno sosterrà che questa è un’ovvietà, eppure non è qualcosa di scontato. Nel 2011, durante una manifestazione pro Assad in piazza argentina, a Milano, un siriano si scagliò contro di me, mi gridò “perché sei venuto?”, io risposi “per vedere chi siete e per capire perché sostenete questo regime”. Il siriano, che chiameremo S, mi disse che era in atto “un complotto contro il paese” e che “la Siria era uno Stato democratico, nel quale si è sempre vissuto bene”. Io gli chiesi “in Siria si tortura?” e lui, scuotendo la testa, mi disse “assolutamente no!”. Così, colto da una rabbia improvvisa, gli domandai “chi ha torturato mio padre (che ha passato mesi rinchiuso nel carcere di Homs perché nasserita)?”, S rispose “nessuno, non è vero!”. Come il nostro amico S, ci sono molti altri siriani che negano l’evidenza. C’è addirittura qualche cristiano siriano in Italia che vende la dittatura siriana come la protettrice dei cristiani, raccogliendo il sostegno di una certa parte del clero nostrano, il che mi ricorda molto l’Argentina, dove un certo Pio Laghi (Nunzio apostolico in Argentina) dipingeva la dittatura militare come un governo magnifico e i desaparecidos neanche li nominava.

Umiliare i siriani, significa non ammettere che hanno vissuto sotto una dittatura la quale, prima del 2011, aveva già fatto decine di migliaia di morti. Umiliare i siriani, significa fregarsene dei siriani che hanno passato la loro vita in esilio – penso a Farouk Mardam bey, editore siriano, che mi ha raccontato di essere fuori dal paese da 40 anni. Umiliare i siriani, significa non riconoscere il loro diritto al dolore, porto l’esempio di Mustafa Khalifa, per oltre dieci anni incarcerato a Tadmur, Palmira (città decantata per la bellezza archeologica ma non per l’inferno in terra che è il carcere di quella città) che disse “sì, sono uscito di prigione ma la prigione è dentro di me”.

Ogni giorno vedo centinaia di siriani che arrivano alla Stazione Centrale di Milano, sopravvivendo al tragico viaggio, e che vogliono ricostruirsi una vita, lavorando, ma, nonostante questo, la legge impedisce a questi di raggiungere i paesi del nord Europa. Ci definiamo amici della Siria ma facciamo di tutto per non trovare strumenti legislativi per permette a questi siriani di ricostruirsi una vita! Ma sapete, i siriani sono trascurabili, come gli iracheni, l’importante è che il prezzo della benzina – già alle stelle – non aumenti a causa loro, a causa delle loro stupide richieste di libertà e dignità. Ma poi sanno che cos’è la dignità? Non sono proprio loro a tagliare le teste dei giornalisti occidentali? Poco importa se ne muoiono cento al giorno in Siria, tagliati a pezzi dall’Isis o dal regime siriano, anzi, meglio, così potremmo dire “qualcuno di meno!”.