Matahara è una delle parole giapponesi di origine più recente. È l’abbreviazione di ‘maternity harassment‘, una delle tre principali forme di molestie – insieme a quelle sessuali e agli abusi di potere – che riguardano le lavoratrici giapponesi: pressioni, psicologiche ma anche fisiche, o direttamente il licenziamento, ai danni delle dipendenti in maternità. Le quali si ritrovano a dover scegliere: o l’azienda o la famiglia.

Sayaka Osakabe, 37 anni, assunta a contratto in un’azienda di Tokyo, dopo un primo aborto chiese al suo responsabile che le fosse diminuito il carico di lavoro giornaliero. “Non staccavo mai prima di mezzanotte”, ha dichiarato la donna in un’intervista al canale televisivo Asahi. La richiesta le fu negata e lei ebbe un secondo aborto. “Volevo mantenere il mio posto, così ho continuato a lavorare al massimo”. Mentre era a casa durante la sua seconda gravidanza, Osakabe ricevette una visita del suo capo: la sua assenza dal lavoro stava causando “problemi” all’azienda. E le pressioni psicologiche non finirono nemmeno dopo il secondo aborto. Così, alla fine, Osakabe decise di lasciare il lavoro e di fare causa all’azienda.

Come sempre più donne giapponesi ogni anno – secondo dati del 2010 del Ministero del Lavoro il 46 per cento delle donne rientrano a lavoro dopo il primo figlio, contro il 32 del 2001 – Osakabe aveva deciso di non licenziarsi nonostante la gravidanza. Circa l’80 per cento delle donne giapponesi con figli – secondo un sondaggio del Ministero del Lavoro e del Welfare del 2009 – smette di lavorare anche se non vorrebbe. In particolare, oltre il 34 per cento delle intervistate aveva abbandonato il proprio posto di lavoro in seguito alla prima gravidanza. Alla base c’è l’insicurezza di riuscire a crescere il proprio figlio mantenendo il lavoro: un po’ per scarsa conoscenza della legge, che sulla carta garantisce il diritto di richiedere di lavorare di meno nei mesi di gravidanza e un permesso di 14 settimane per il parto e la cura del neonato; un po’ per la scarsa comprensione e supporto da parte dei colleghi maschi.

La sensibilità dell’opinione pubblica sul matahara è cresciuta solo di recente, anche grazie a casi che hanno attirato l’attenzione della stampa. Il 18 settembre scorso, la Corte suprema del Giappone ha tenuto la sua prima udienza su un caso che riguardava una fisioterapista rimossa dal suo incarico di vicedirettrice mentre aspettava il suo secondo figlio. Poco più di un anno fa, la conoscenza del fenomeno era limitata. È infatti solo nel maggio del 2013 che la Confederazione dei sindacati giapponesi (conosciuta come Rengo) commissiona il primo sondaggio sulle forme di mobbing ai danni delle donne incinte. Rispondono in oltre seicento, tra i 20 e i 40 anni, portando alla luce dati preoccupanti: oltre un quarto (25,6 per cento) delle intervistate dichiarava di essere stata vittima di forme di matahara, ma appena il 6 per cento di loro dichiarava di conoscere a pieno il significato della parola.

Oggi qualcosa sembra essere cambiato. Le lavoratrici paiono aver preso più coscienza: sono oltre duemila casi di molestie in gravidanza riportati al governo, più 18 per cento rispetto a sei anni fa. Il problema sembra riguardare soprattutto le lavoratrici “atipiche” che temono di non essere reintegrate alla fine del periodo di maternità. Proprio per aiutare le donne inserite in questa categoria di lavoratori, Osakabe ha deciso di fondare Matahara Net, un’associazione che si pone l’obiettivo di realizzare una società in cui le donne “possano restare incinte, partorire e crescere i propri figli, con la sicurezza di poter continuare a lavorare”.

Il sito dell’associazione mette a disposizione informazioni, un servizio di consulenza legale e ha da poco lanciato una campagna online che ha raccolto già ottomila firme. Intanto, il Ministero del Lavoro e del Welfare ha promesso una nuova legge sul lavoro a tutela dei diritti delle lavoratrici. Qualche mese fa il primo ministro Abe ha promesso un ulteriore coinvolgimento delle donne nel suo tentativo di rivitalizzare un’economia stagnante: entro il 2020 il 30 per cento delle posizioni manageriali nelle aziende nipponiche sarà occupato da donne. Promesse che, però, non convincono Osakabe. “Invece di concentrarsi su una piccola schiera di top manager, vorrei che il governo facesse qualcosa per i problemi di noi che stiamo in basso”.

di Matteo Miavaldi