La principale peculiarità dell’essere umano pare consistere nel continuo tentativo di conseguire il progresso facendo al contempo danni mostruosi a sé stesso e all’ambiente circostante.

Provate, ad esempio, a pensare a quel che avvenne con il passaggio dalla società nomade di cacciatori-raccoglitori alla società stanziale di agricoltori.

E’ convincimento comune che la cosiddetta rivoluzione agricola” (10.000-4.000 A.C.) sia stata il primo concreto passo dell’uomo verso la prosperità. E in questo senso depone il notevole incremento demografico che ne seguì, nonché la fondazione delle prime città, l’istituzionalizzazione delle religioni attraverso la costruzione dei centri di culto, l’emersione dei luoghi del potere politico. Anche da un punto di vista economico quel passaggio viene normalmente definito un successo: il reddito della società stanziale fu sensibilmente superiore a quello precedentemente prodotto delle comunità nomadi, la migliore organizzazione dei fattori incrementò la produttività, si generò per la prima volta risparmio aggregato (attraverso immagazzinamento dei surplus di produzione) e quindi la possibilità di investimenti pubblici e privati.

Eppure una riflessione più attenta potrebbe condurre a conclusioni differenti.

Si pensi, ad esempio, alla riduzione della varietà della dieta umana: il passaggio all’agricoltura determinò l’abbandono di un ampio novero di possibili alimenti (radici, erbe, bacche, selvaggina di vario genere) in favore di un’alimentazione piuttosto monotona (basata sul frumento e i suoi derivati) e ben meno nutriente. Per non parlare del rischio climatico: se il cacciatore-raccoglitore poteva affrontare piuttosto a cuor leggero siccità e inondazioni spostandosi velocemente in nuovi territori, l’agricoltore era vittima inerme di tutti i rovesci che avrebbero potuto determinarne la rovina da un anno all’altro. Lo sviluppo di comunità stanziali sempre più numerose, inoltre, determinava l’ulteriore bisogno di strumenti di difesa dai possibili nemici – non essendo evidentemente più possibile il semplice ricorso alla fuga – nonché il grave pericolo di malattie dovuto all’assenza di adeguate condizioni igieniche e alla contiguità con gli animali domestici.

A pensarci bene, la stessa creazione di risparmio aggregato costituiva una necessità più che un’opportunità, giacché quelle scorte che venivano immagazzinate servivano proprio a fronteggiare periodi di magra: l’agricoltura in sé stessa obbligava alla sovrapproduzione e l’incremento demografico reso possibile da quel surplus, in definitiva, era uno strumento indispensabile se si voleva continuare a “far girare la giostra”.

In soldoni l’uomo, divenendo agricoltore, era esposto bisogni e rischi prima inesistenti, la cui soddisfazione determinava un maggior necessità di lavoro, un netto incremento dei rischi e un notevole peggioramento dello stile di vita: intrepidi cacciatori trasformati in servi della gleba curvi, stanchi e malati che si dividevano tra la fatica dell’aratro e la paura di invasioni!

Gettando lo sguardo all’indietro si potrebbe avere dunque la tentazione di concludere che l’uomo meglio avrebbe fatto a rimanere nomade: e tuttavia si tratterebbe di un giudizio ingeneroso (oltre che un bel po’ facilone), giacché – a voler tralasciare i progressi fatti nei successivi 7.000 anni – chiunque di noi avrebbe in quelle condizioni fatto le stesse scelte. A chiunque di noi sarebbe sembrato conveniente risparmiare parte del frumento recuperato durante una battuta di caccia per piantarlo e avere un raccolto l’anno prossimo; a chiunque di noi sarebbe sembrato sensato sostituire la solita capanna di pelli con una bella casetta di pietra, paglia e fango; chiunque di noi avrebbe impugnato le armi per difendere la terra coltivata con fatica.

Trasponendo il ragionamento alle questioni che ci affliggono 120 secoli dopo, non possiamo che concludere con l’inutilità delle quotidiane polemiche contro l’euro e con l’opportunità di piantarla con le lamentazioni sul perché e il per come ci siamo finiti dentro.

E’ vero, abbiamo scelto l’euro senza interrogarci con metodo su quali potessero essere le conseguenze; senza riflettere attentamente su quali difficoltà avrebbe dovuto affrontare la nostra economia per competere, senza protezioni, contro le corazzate del Nord-Europa; senza pensare a cosa volesse davvero dire perdere la sovranità monetaria; abbiamo scelto, soprattutto, senza far votare nessuno.

Eppure l’abbiamo fatto, e l’abbiamo fatto perché in quel momento sembrava la cosa più giusta da fare: gli Stati Uniti d’Europa! La moneta unica! Un grande mercato per produrre e vendere sempre di più! L’opportunità di competere, tutti assieme, con i giganti della terra!

Non vi pare un’elaborazione politica dotata di sufficiente spessore?

Avete ragione, ma vi tocca accontentarvi: come i nostri progenitori non avrebbero mai pensato di mollare le loro piccole e faticosissime fattorie per ricominciare a percorrere la savana in cerca di radici, così noi non possiamo pensare di tornare a coniare la moneta e piazzarci i titoli di Stato sul mercato da soli.

Insomma: zitti e spingiamo ‘sto maledetto aratro.