Piccola querelle su Twitter sulla legge che permette il doppio cognome. Il la lo dà Famiglia Cristiana, che in un suo post si chiede: “Ora si può dare ai figli il cognome della mamma. È un passo avanti per la parità dei sessi o no?” e, ça va sans dire, apriti cielo. Interviene tale Donato Scarpa, che tuona apocalittico: “1 passo avanti per parità sessi 2mila passi indietro per l’unità e solidità della famiglia”. Michela Murgia gli fa notare: “Che invece dal cognome del padre era solidamente garantita” e la discussione prosegue, accanita. Gigi De Palo ci riporta sulla retta via delle priorità: “Le famiglie moriranno di fame, ma i bimbi avranno il cognome della madre” mentre un utente si chiede perché mai dare il cognome della madre debba suscitare tutto questo scandalo. La risposta ce la fornisce Valentinavon che declama, ironica e solenne: “Perché non s’è mai visto un maschio con un cognome da femmina!” e Caterina Coppola, la direttrice di Gay.it, ci svela l’arcano: “Fonti anonime dicono che le “femmine” al momento abbiano i cognomi dei padri”.

Contro il doppio cognome si sono già scatenati, per altro, diversi alfieri della contemporaneità, tutti diversamente moderni, a cominciare dai leader di circoli che vogliono la mamma, ma non il suo cognome, spose mai del tutto sottomesse, fascistelli travestiti da baby sitter e quanto altro ancora può produrre l’italica progenie del regresso.

Eppure la storia non è nuova per niente. La nostra società e la politica – una volta tanto illuminata da un barlume di ragione e non accecata dalla luce di Dio – partoriscono qualcosa che ci aggancia al presente e, soprattutto, alle altre democrazie occidentali e subito dalla curva sud gli ultras conservatori attaccano il coro dell’attacco alla famiglia, a cui risponde la tifoseria collaterale con la fanfara del benaltrismo. Come se l’attuale nulla di fatto in merito a politiche per la famiglia avesse un legame con le unioni civili, il divorzio breve, la stepchild adoption, il matrimonio egualitario, ecc.

campagna-divorzioAd ogni modo, dicevo, la storia non è nuova, almeno dai tempi del divorzio. Anche allora c’era chi paventava la distruzione della nostra società dalle fondamenta. Quando invece basterebbe studiare bene un po’ di storia per capire due cose fondamentali e cioè che, in primis, la società è abbastanza elastica da trovare diverse forme di organizzazione sociale e in secondo luogo, l’essere umano ha tutte le carte in regola per autodistruggersi da solo, senza che questo sia incoraggiato da basilari conquiste di civiltà, come la parità tra i generi. Per altro, se basta un cognome materno o l’amore tra due uomini per distruggere un istituto millenario, forse tanto solida questa famiglia non lo è di suo.

Tradotto per i più semplici i cosiddetti “matrimoni gay”, maggiore parità tra uomini e donne, un maggior ricorso al concetto di autodeterminazione rappresentano un pericolo solo per chi vuole che questa società continui a picchiare gay e donne, che ci siano aborti clandestini (per altro in aumento, nel nostro paese) e che alla fine dei nostri giorni si sia attaccati a un respiratore artificiale per decreto, al cospetto di qualche obiettore mannaro animato da buoni sentimenti e messo lì, magari in qualche ospedale pubblico, giusto per ricordare chi comanda in questo paese. Laddove invece queste cose esistono già, la società ha retto benissimo da sola. Forse è questo che spaventa?

Basterebbe ricordare, in conclusione, che garantire a tutti e tutte maggiore libertà non fa del male a nessuno. Chi sta fuori dall’alveo di certi diritti, più semplicemente potrà goderne. Chi invece vive i tempi moderni come l’apertura dei sigilli dell’apocalisse, potrà continuare a farlo. Magari indignandosi – senza nemmeno prendersi la briga di cambiare il proprio repertorio argomentativo – per il lievito chimico, le lenti a contatto, il latte di soia, il fatto che la vicina viva con una donna e cresca (bene, per altro) un bimbo o che il signore del piano di sotto abbia deciso di staccare la spina per quell’astruso concetto di civiltà che non è mai stato il punto forte di certo pensiero conservatore e confessionale.