C’è un elemento che contribuisce ad enfatizzare o a mortificare la bellezza dei nostri centri storici; questo elemento è costituito dalle nostre strade. Poiché se paragoniamo la città ad una abitazione, esse ne sono il pavimento come i prospetti dei palazzi ne sono le pareti. La cura con la quale manuteniamo i nostri parquet, le nostre veneziane, i nostri cotti non è la stessa però degli amministratori pubblici nei riguardi delle vie cittadine, e questo non produce solo guasti alla bellezza ma anche alla salute. Un disegno armonico, mirato alla cura delle nostre antiche pietre, eliminerebbe quelle falle che impediscono una serena e piacevole fruizione delle nostre strade e gradevole la passeggiata. Recentemente dopo “cadute eccellenti”e segnalazioni quotidiane di cittadini infortunati ed esasperati, il Comune di Torino ha acceso un ulteriore mutuo, per cercare di riparare (si spera a regola d’arte) le proprie strade dissestate.

L’assurdità poi è che una delle nostre tradizioni culturali deriva dal sistema viario romano, inteso non solo come assi di collegamento tra le province dell’Impero, ma soprattutto come composizione del fondo diversificato a seconda delle funzioni: pedonale, veicolare leggero, veicolare pesante. In sezione si contavano almeno cinque strati che culminavano con il summum dorsum o pavimentum, quasi sempre a schiena d’asino, da cui il termine dorsum, per evitare la stagnazione di pericolose e scivolose pozze d’acqua. Imperatori come Nerva e Domiziano ne fecero il loro programma elettorale e la loro fortuna politica: una singolare e splendida mostra a Castel Sant’Angelo nel 1995 ne celebrava la tecnica. Pare però che questa scienza del costruire sia andata perduta tant’è che buche, dissesti, lacerazioni del manto nelle nostre vie cittadine, oltre che creare un senso di degrado e sciatteria, siano diventate un serio pericolo.

Secondo i dati Aci/Istat, rielaborati dall’Ania nel 2012 relativi agli incidenti stradali, nella sola Roma oltre 24mila feriti gravi, oltre 15mila a Milano, oltre 5mila a Torino per non parlare dei decessi. E di questa strage il 20% è dovuto al dissesto del manto stradale.

Come dicevo all’inizio la non cura di questa componente della città, ha ripercussioni estetiche funzionali e, senza voler ricordare il sempre citatissimo Hausmann, si potrebbe ridare impulso alla progettazione ed edilizia di qualità, attraverso un’attenta opera di manutenzione che recuperi, previo uno studio attento delle pavimentazioni originali, una scelta dei materiali idonei per il tipo di traffico della via o piazza, in modo tale da risultare coevo all’intorno; viceversa gli appalti al massimo ribasso vengono assegnati senza un vero progetto e solo con un computo, a ditte, iscritte alla categoria normativamente corretta, ma che non hanno nel loro bagaglio esperienza, cultura sulla storia e le modalità di posa (ad esempio di selciati) e che a loro volta, per risparmiare, utilizzano manovalanza raccogliticcia e incompetente.

Sarebbe tra l’altro un incentivo per l’economia, specie in un settore da molti anni in cronica sofferenza. Taluni potrebbero asserire che gli interventi di manutenzione usa e getta per chiudere buche e falle sono urgenti e si deve badare a ridurre la spesa, ma come in qualsiasi settore, l’emergenza deve essere prevenuta con un piano che la preveda e un albo precostituito di ditte specializzate. In più, solo a scopo esemplificativo e non certamente risolutivo,  si potrebbe prendere in prestito l’idea di un comune della Turingia che, al pari della strada delle stelle di Hollywood, ha apposto il nome del cittadino sponsor sulla porzione di pavimentazione restaurata.

Le vie storiche poi potrebbero anch’esse essere oggetto, da parte di mecenati, di interventi manutentivi accurati, sempre nel segno della filologicità e della durevolezza dell’intervento, perché esse sono il primo passaggio verso la conoscenza del territorio; senza percorrere ciottoli storici non si percepirebbero pregevoli ambiti architettonici e paesaggi suggestivi.